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30.12.22

 


Checché se ne dica, giunti a un certo punto quel che si dovrebbe andar cercando attraverso la Pratica non è più il mero ottenimento di questa o quella qualità bioenergetica, bensì la capacità di Vedere da un punto di vista diverso, che sappia porsi oltre, superandoli, ogni contrapposizione e contrasto.

E' infatti una Visione quella che dovrebbe essere cercata, uno Sguardo simile a quello dell'Aquila, che pur volando alto riesce ad abbracciare tutto e, allo stesso tempo, non esita a piombar lestamente giù per inchiodare e straziare ciò che ha scelto come preda.

Però i più preferiscono continuare a darsi ad altro, e mostrar così di non aver compreso affatto proprio quel Principio che a loro par tanto bello scomodare...

6.11.19

Un vero insegnante di Gongfu non dovrebbe mai presentarsi troppo riposato ai propri allievi.

Sono convinto che un vero insegnante di Gongfu non dovrebbe mai presentarsi troppo riposato ai propri allievi.

E questo vale ancor di più per chi lo fa da professionista: l'allievo che arriva al corso sfinito dal lavoro o dalle incombenze familiari non ha affatto bisogno di trovarsi davanti un bellimbusto fresco come una rosa che, tutto sorrisetti e serenità, si metta magari a pontificar di "duro lavoro" o a rimarcargli una presunta mancanza d'impegno.

Ha bisogno di rispetto, se mai,visto che al corso c'è comunque venuto, ma soprattutto ha bisogno di trovare nel suo insegnante qualcuno in grado di dimostrargli concretamente come ci si possa applicare a questo "duro lavoro" nonostante la stanchezza o lo scoramento, e anzi proprio attraverso il superamento di questi, perché, con buona pace del marketing, il Gongfu non è una forma di "evasione", ma un autentico percorso di "trasformazione", per giunta scomodo e niente affatto indolore.

Per questo credo che un insegnante non possa mai farsi sconti, e anzi debba raddoppiare gli sforzi nella propria pratica personale, anche a costo di arrivarci lui sfinito a lezione...

E più di ogni altra cosa non deve mai dimenticare come l'allievo abbia bisogno sì dell'esperienza e della qualità dell'insegnante, ma anche del suo esempio vivo e presente di essere umano che, seppur su un altro piano, deve fare i conti con le medesime difficoltà e problemi, e continua ad affrontarli.

In fondo, non è questo l'unico vero insegnamento?



14.10.19

Non cedere al sonno...

Il fatto di essere sulla strada giusta non significa affatto essere vicini alla meta: al contrario, è proprio lì che si celano i trabocchetti più insidiosi, e dove è più facile sviarsi od essere sviati.

E dove è necessario vigilare con la massima attenzione.

Del resto, anche Omero ci ammonisce, ricordandoci del sonno cui cede Odisseo giunto in vista di Itaca, fornendo ai marinai troppo curiosi l'occasione per aprire l'otre di Eolo e liberare così i venti avversi che li sospingeranno nuovamente lontani.

Chi intraprende la Via corre lo stesso pericolo e, come per Odisseo, il problema non è tanto la curiosità dei compagni (ovvero i fattori contingenti) quanto il fatto di abbassare la guardia cedendo al sonno.

Sonno che sopraggiunge in mille forme, da quella della pasciuta certezza che ormai sia solo una questione di tempo a quella dell'abbandono quasi fideistico nelle mani del pur ottimo maestro che abbiamo finalmente trovato, ma dal quale molti credono sia possibile apprendere per una sorta di osmosi che dovrebbe far passare in cavalleria il lavoro di ricerca personale.

Nulla di più falso, perché un vero Maestro è come il somaro della nota storiella, e per quanto possa aiutarti non può fare il lavoro per te, perché la Trasformazione indotta dalla pratica è solo e soltanto tua.

Ma anche la pratica più costante e diligente può condurti dove vuoi arrivare solo se non cedi al sonno, perché, come diceva il Buddha, se perdi la corretta Attenzione è come se già fossi tra quelli che sono morti...

13.9.19

Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?

Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?

Agli occhi degli addetti ai lavori, questa potrebbe senz'altro sembrare una domanda oziosa ma, data la frequenza con cui me la sento rivolgere
, credo sia opportuno spendere qualche parola al riguardo.

Innanzitutto, v'è da dire che si tratta di un fraintendimento, perché il Tai Ji Quan NON si pratica solo "lentamente",se non in particolari momenti del percorso di crescita del praticante e sempre per delle ragioni didattiche ben precise.

Infatti, essendo il Tai Ji Quan per definizione una disciplina basata sul mantenimento dinamico dell'equilibrio degli opposti (Yin\Yang,morbido\duro,lento\veloce,contrazione\espansione etc), quando ci si ritrova ad enfatizzare uno di questi  rispetto all'altro lo si fa unicamente in maniera estemporanea e strumentale al fine di comprenderlo meglio nella sua essenza(isolandolo) oppure per coglierne il "mutamento" nel suo opposto.

Il che vale a dire, in termini semplici, che la lentezza viene appunto isolata per comprendere il suo diventare rapidità, e viceversa. E questo non dovrebbe stupire, trattandosi di un tipo di didattica esperienziale e non nozionistica, il cui fine è la comprensione istintiva, non mediata dei principi trattati che divengono così "vivi" nella pratica.

Tuttavia, ciò non toglie che molti insegnanti in aperta malafede calchino volutamente la mano sull'aspetto della lentezza per mascherare le proprie manchevolezze in altri campi, ma questa è un'altra storia...

12.2.16

"Costantemente mantenersi presenti dentro la propria pelle, esercitarsi, avere una condotta particolare, disprezzare il facile comodo, disprezzare l’inutile lusso, essere uomini raffinati, ma essere uomini fermi. Mantenere la fedeltà della parola. E nel fisico esercitarci a combattere.
Cioè fondate, fatevi una cultura solida, che non sia una cultura puramente, così, trasmessa, una cultura solida. Una cultura che vi permette di essere dei capi. Se ci sono dieci uomini e uno di voi sta in mezzo, egli è il capo. E allo stesso tempo forgiatevi il vostro corpo. Pensate a magnis itineribus, i militi romani che raggiunsero in dodici giorni il lago di Ginevra. Marciando. Ricordate che i Romani portavano sessanta chili sulla schiena."
— Pio Filippani Ronconi

11.4.15

Non "non-peng"

Un particolare essenziale nella pratica del Tai ji Quan è la comprensione della natura dei rapporti tra gli opposti jin di peng e di lu, vale a dire tra l'opporsi e il cedere.

Si potrebbe anche dire che peng e lu rappresentino l'esemplificazione dei due principi Yang e Yin, dei quali il Tai Ji dovrebbe essere l'armonizzazione e il superamento.

In un certo senso, quindi, la pratica, in particolare delle forme, andrebbe letta nell'ottica di una continua alternanza di peng e lu, con gli altri jin (ji, an, cai, lie, zhou e kao) come variazioni e\o combinazioni derivate.

Però è il caso di soffermarsi su un punto fondamentale, di cui è necessario aver un' idea ben chiara, qualora non si voglia rischiare il fraintendimento totale dello stile e, soprattutto, delle sue possibilità applicative. 

Questo punto è il fatto che, aldilà delle formulazioni simboliche, in realtà, tra peng e lu la contrapposizione è solo apparente, non sostanziale: lu non è in alcun modo un "non-peng" nel senso di un'assenza di peng, quanto un suo utilizzo tattico radicalmente diverso, tanto da farlo sembrare opposto.

E sarebbe ben difficile pensare altrimenti, qualora si fosse ben compresa la natura del peng jin, ma ciò non toglie la necessità di ribadirlo, specie in un ambiente così tanto propenso alle professioni di fede qual è quello del Gongfu "interno"...