Tao, più correttamente Dao, è seguire una musica che non si può sentire, danzando coi capelli sciolti, mentre ogni passo misura il Cosmo e traccia segni di Potenza.
E' tutto qui: non c'è dieta né dottrina, solo un tumulto, una slavina che rimette insieme il Tutto dopo averlo frammentato, un pulsare ritmico che divora e sgrava forme sempre nuove...
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11.10.19
4.10.19
Animali strategici e tattici - cenni generali
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| Hu Xing |
E non è difficile accorgersi di come questa distinzione, che non si riferisce affatto alle reali dimensioni dei vari animali (altrimenti sarebbe difficile capire come mai un cavallo possa esser definito piccolo e il gallo invece grande), sia in realtà del tutto sovrapponibile a quella che è possibile tracciare tra principi strategici e soluzioni tattiche.
Gli animali "grandi", ossia il Drago, la Tigre, l'Aquila, l'Orso e il Gallo costituiscono ben cinque dei cosiddetti "Sei Poteri" dello XYLHQ, e si riferiscono in prima istanza a particolari principi biomeccanici e posturali.
In un certo senso, quindi, rappresentano una sorta di momento di "pianificazione strategica" dello stile, in cui ci si concentra sulla costruzione di un determinato tipo di corpo e del jin conseguente attraverso l'assunzione di atteggiamenti e schemi motori inveranti i principi di base ovvero:
torsione (drago),
flesso estensione (tigre)
leggerezza\espansione (aquila)
pesantezza\contrazione (orso)
equilibrio\rapporto col terreno (gallo) .
Per dirla in cinese, quindi, costituiscono lo shenfa (metodi del corpo) dello stile
Gli animali "piccoli", dal canto loro, indicano delle soluzioni di natura essenzialmente tattica, e si riferiscono in primo luogo agli spostamenti e quindi:
la rapidità di manovra (falco),
la capacità di variare repentinamente di livello (rondine) ,
i movimenti sinuosi e adesivi (serpente),
l'avanzare travolgente ( cavallo)
l'agilità imprevedibile (scimmia)
In altre parole, rappresentano i possibili modi di utilizzo (yungfa) delle qualità apprese e costruite attraverso la pratica degli animali "grandi" e le completano allo stesso modo in cui trama e ordito concorrono alla formazione di un tessuto.
E non sono separabili, a meno di non compromettere la comprensione e la fruibilità dello stile: se vuol vincere, ogni buon generale deve assolutamente eccellere sia nella pianificazione strategica che precede (e segue) la battaglia, sia nella capacità di applicare soluzioni tattiche in base a quanto richiesto di volta in volta dalla situazione contingente.
E non sono separabili, a meno di non compromettere la comprensione e la fruibilità dello stile: se vuol vincere, ogni buon generale deve assolutamente eccellere sia nella pianificazione strategica che precede (e segue) la battaglia, sia nella capacità di applicare soluzioni tattiche in base a quanto richiesto di volta in volta dalla situazione contingente.
20.9.19
Il palo e l'albero
A volte, una traduzione troppo letterale dei termini tecnici delle Arti Marziali può rivelarsi riduttiva e, nei casi limite, persino fuorviante. Questo avviene qualora la traduzione si riveli incapace di rendere fino in fondo lo spirito corretto col quale ci si deve accostare all'esercizio o al principio indicati, rendendo vani, o comunque assai meno proficui, mesi se non anni di pratica.
Lo Zhan Zhuang è, senza dubbio, uno di questi casi limite.
Metodica di Qigong pressoché universale nei vari stili interni, di alcuni rappresenta il cuore stesso della pratica (Yiquan, alcune scuole di Xingyiquan), e consiste, semplificando non poco, nel mantenere per un determinato tempo alcune posizioni statiche, in primo luogo in piedi ma anche seduti o sdraiati .
Volendolo rendere in italiano, Zhan Zhuang dovrebbe suonare più o meno come "star piantati come un palo", ma purtroppo nei fatti finisce invece ad assomigliare piuttosto spesso all'idea dello "starsene impalati".
Questo avviene perché anche un metodo così sofisticato per affinare la "presenza"(Shi) interna e scoprire il proprio corpo con le sue numerose interrelazioni fisiche ed energetiche, rischia di diventare inutile se non addirittura di trasformarsi in una vera e propria tortura, in particolar modo per i principianti, qualora ci si accosti all'esercizio con l'atteggiamento yi sbagliato, ossia in modo arido, meccanico e quantitativo, limitandosi fatalmente al suo aspetto superficiale e dunque "esterno".
Commettere errori di questo tipo è molto facile, specialmente all'inizio, quando la consapevolezza di cosa sia realmente la pratica interna porta ancora a cercare altrove quello che abbiamo proprio sotto il naso. Ma questo, di solito, è un problema che tende a sparire da solo, perseverando e ricevendo al momento opportuno le giuste indicazioni.
Ma queste indicazioni, che dovrebbero riguardare più l'atteggiamento psicofisico globale (ossia i rapporti corretti tra yi -qi-li), troppe volte vengono sostituite da generiche esortazioni a una perseveranza vagamente asinina oppure da pretese di adeguamento a geometrie più o meno corrette ma rigorosamente codificate cui adeguarsi in maniera passiva.
Immagino non sia necessario ribadire come il rispetto delle corrette geometrie sia indubbiamente fondamentale nella fase di comprensione biomeccanica, ma allo stesso tempo è bene ricordare come tutto ciò non debba mai diventare una gabbia in cui soffocare la naturale crescita della percezione e della consapevolezza del praticante: in fondo, continua a sembrarmi assai più saggio guardare all'albero che cresce sempre in funzione della luce a cui tende anziché all'inerte palo...
15.9.19
Il Tai Ji Quan e la natura dell'acqua
Si sente dire che un'esecuzione corretta delle forme del Tai Ji Quan dovrebbe ricordare, agli occhi di chi osserva come al corpo di chi pratica, l'immagine dell'acqua e dei suoi molteplici aspetti.
Così, il fluire lento e ininterrotto da una figura (shi) all'altra potrebbe suggerire il placido serpeggiare delle anse d'un grande fiume nell'ultimo tratto di pianura, oppure rimandare all'inesauribile capacità plastica mostrata dall'acqua nell'assumere la forma dei più svariati recipienti.Oppure ancora, la sensazione di benessere diffuso che segue alla pratica intensa potrebbe suscitare il vago ricordo della frescura portata dall'esaurirsi d'un acquazzone estivo.
Tuttavia, questi ed altri consimili sono solo aspetti estrinseci, quasi triviali o comunque "visibili" della natura dell'acqua, la quale, invece, nel suo rapporto con il Tai Ji Quan tende a presentarne ben altri, legati alla sua componente più oscura e pericolosa, quella abissale e "nascosta".
Non a caso, infatti, uno degli Otto Jin fondamentali è Ji (premere) , associato al trigramma Kan del Libro dei Mutamenti ( Yijing) il quale, appunto, si riferisce proprio all'acqua.
Ma di che natura è, precisamente, l'acqua che viene indicata da Kan? Kan viene definito l'"abissale", con riferimento non tanto all'insondabilità, quanto alla profondità, non disgiunta da una certa nozione di pericolo imminente ma vago e dissimulato da un'apparenza tranquilla e rassicurante.
Cosa che, in effetti, vien rivelata dalla stessa conformazione del trigramma: Kan è caratterizzato da una linea intera Yang tra due linee spezzate Yin, quasi a ricordare l'enorme potenza che l'acqua cela dietro la sua apparente debolezza.
Ed è proprio questo l'aspetto della natura dell'acqua a poter essere collegato più correttamente al Tai Ji Quan, tanto che è possibile incontrarlo a tutti i livelli in cui lo si voglia considerare.
Ad un livello estremamente generale, per esempio, si rivela nell'apparente, inoffensiva gentilezza dei movimenti, che ad un profano possono sembrare perfino estranei a ciò che comunemente viene definito "combattimento", mentre la reale potenza del Tai Ji Quan si rivela solo al momento del contatto con l'avversario, come pure la razionale efficacia (e spietatezza) delle sue applicazioni.
Anche il fatto di affidarsi alla Forza Interna (nei jin) piuttosto che a quella bruta, si riferisce allo yang nello yin, col corpo "morbido" fuori ma "forte" dentro, il che richiama immediatamente un'altra delle classiche immagini collegate al Tai Ji Quan, ovvero quella della sbarra di ferro avvolta nel cotone.
In definitiva, si potrebbe dire che il Tai Ji Quan come l'acqua riflette, dissimula e si adatta, mutando il proprio stato ma non la sua natura profonda e "abissale"...
13.9.19
Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?
Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?
Agli occhi degli addetti ai lavori, questa potrebbe senz'altro sembrare una domanda oziosa ma, data la frequenza con cui me la sento rivolgere
, credo sia opportuno spendere qualche parola al riguardo.
Innanzitutto, v'è da dire che si tratta di un fraintendimento, perché il Tai Ji Quan NON si pratica solo "lentamente",se non in particolari momenti del percorso di crescita del praticante e sempre per delle ragioni didattiche ben precise.
Infatti, essendo il Tai Ji Quan per definizione una disciplina basata sul mantenimento dinamico dell'equilibrio degli opposti (Yin\Yang,morbido\duro,lento\veloce,contrazione\espansione etc), quando ci si ritrova ad enfatizzare uno di questi rispetto all'altro lo si fa unicamente in maniera estemporanea e strumentale al fine di comprenderlo meglio nella sua essenza(isolandolo) oppure per coglierne il "mutamento" nel suo opposto.
Il che vale a dire, in termini semplici, che la lentezza viene appunto isolata per comprendere il suo diventare rapidità, e viceversa. E questo non dovrebbe stupire, trattandosi di un tipo di didattica esperienziale e non nozionistica, il cui fine è la comprensione istintiva, non mediata dei principi trattati che divengono così "vivi" nella pratica.
Tuttavia, ciò non toglie che molti insegnanti in aperta malafede calchino volutamente la mano sull'aspetto della lentezza per mascherare le proprie manchevolezze in altri campi, ma questa è un'altra storia...
Agli occhi degli addetti ai lavori, questa potrebbe senz'altro sembrare una domanda oziosa ma, data la frequenza con cui me la sento rivolgere
, credo sia opportuno spendere qualche parola al riguardo.
Innanzitutto, v'è da dire che si tratta di un fraintendimento, perché il Tai Ji Quan NON si pratica solo "lentamente",se non in particolari momenti del percorso di crescita del praticante e sempre per delle ragioni didattiche ben precise.
Infatti, essendo il Tai Ji Quan per definizione una disciplina basata sul mantenimento dinamico dell'equilibrio degli opposti (Yin\Yang,morbido\duro,lento\veloce,contrazione\espansione etc), quando ci si ritrova ad enfatizzare uno di questi rispetto all'altro lo si fa unicamente in maniera estemporanea e strumentale al fine di comprenderlo meglio nella sua essenza(isolandolo) oppure per coglierne il "mutamento" nel suo opposto.
Il che vale a dire, in termini semplici, che la lentezza viene appunto isolata per comprendere il suo diventare rapidità, e viceversa. E questo non dovrebbe stupire, trattandosi di un tipo di didattica esperienziale e non nozionistica, il cui fine è la comprensione istintiva, non mediata dei principi trattati che divengono così "vivi" nella pratica.
Tuttavia, ciò non toglie che molti insegnanti in aperta malafede calchino volutamente la mano sull'aspetto della lentezza per mascherare le proprie manchevolezze in altri campi, ma questa è un'altra storia...
4.1.15
Alcune riflessioni su Xin, Yi e Xing
Xin è l'avere in animo di far qualcosa, la natura cava del cuore che si riempie d'impulso per poi vuotarsi e mutar forma.
Yi è lo strutturarsi dell'impulso in proposito, il primo passo verso la forma che è anche un rischiararsi (contiene infatti il radicale "luce") attraverso la consapevolezza.
Xing ,invece, è forma strutturata e resa finalmente palese quale caratterizzazione specifica e riconoscibile.
E' un errore, quindi, voler in qualche modo contrapporre xin e yi, magari forzandone l'identificazione con i concetti di mente "emotiva" o "razionale", perché si tratta di fasi susseguenti anziché opposte.
Anzi, qualora risulti indispensabile interpretarne le dinamiche sotto forma di contrapposizione, questa va accuratamente circostanziata, per non cadere nel solito trabocchetto dualista.
In aggiunta, essendo sempre rischioso voler stabilire in maniera più o meno arbitraria delle cesure o delle demarcazioni negli eventi psichici che non siano poste su un piano rigorosamente ontologico, risulta assai difficile uscire dal livello di percezione cosiddetto ordinario, con il conseguente accavallarsi raffazzonato (al ribasso) di piani e concetti non sempre sovrapponibili.
Piuttosto, risulta proficua l'osservazione distaccata del percorso psichico, ossia il suo sorgere (xin), definirsi (yi) e concretizzarsi (xing), tentando, nei limiti del possibile, di ottimizzarlo.
Si tratta in più di un senso dell'applicazione su un piano diverso del solito meccanismo di generazione, trasmissione ed espressione della forza che rappresenta il cuore della pratica del Nei Gong...
Yi è lo strutturarsi dell'impulso in proposito, il primo passo verso la forma che è anche un rischiararsi (contiene infatti il radicale "luce") attraverso la consapevolezza.
Xing ,invece, è forma strutturata e resa finalmente palese quale caratterizzazione specifica e riconoscibile.
E' un errore, quindi, voler in qualche modo contrapporre xin e yi, magari forzandone l'identificazione con i concetti di mente "emotiva" o "razionale", perché si tratta di fasi susseguenti anziché opposte.
Anzi, qualora risulti indispensabile interpretarne le dinamiche sotto forma di contrapposizione, questa va accuratamente circostanziata, per non cadere nel solito trabocchetto dualista.
In aggiunta, essendo sempre rischioso voler stabilire in maniera più o meno arbitraria delle cesure o delle demarcazioni negli eventi psichici che non siano poste su un piano rigorosamente ontologico, risulta assai difficile uscire dal livello di percezione cosiddetto ordinario, con il conseguente accavallarsi raffazzonato (al ribasso) di piani e concetti non sempre sovrapponibili.
Piuttosto, risulta proficua l'osservazione distaccata del percorso psichico, ossia il suo sorgere (xin), definirsi (yi) e concretizzarsi (xing), tentando, nei limiti del possibile, di ottimizzarlo.
Si tratta in più di un senso dell'applicazione su un piano diverso del solito meccanismo di generazione, trasmissione ed espressione della forza che rappresenta il cuore della pratica del Nei Gong...
15.9.13
20.3.13
Per un uso corretto dei "principi"
Si suol dire che il Neijia Quan differisca dalle altre arti marziali in quanto basato sull'applicazione di determinati "principi" anzichè su un repertorio (più o meno) meditato di tecniche (più o meno) funzionali . Per quanto ciò sia alquanto dozzinale e non del tutto corretto, nell'ambito dei metodi "interni" lo studio dei detti "principi" è indubbiamente preponderante, e sarebbe ben difficile sostenere il contrario.
Sfortunatamente, però, non sono convinto che questo studio sia sempre affrontato nella maniera più adeguata, in particolar modo per quel che riguarda l'approccio psicologico al problema.
Infatti, non di rado capita di sentir chiamare in causa il principio x o il principio y agitandoli a mo' di feticcio, spesso a sproposito e quasi mai nel contesto adatto.
E' come se vi fosse una sorta di feticismo del principio, da cui molti, quasi tutti in buona fede, sono spinti a forzare la propria pratica in modo che si conformi al "principio" in questione, quando magari il corpo, dal canto suo, manifesta tutt'altro, e questo sia per cattiva comprensione razionale del principio stesso, sia per l'insufficienza del livello raggiunto attraverso la pratica.
A mio avviso, un approccio simile, per quanto forse inevitabile all'inizio, a lungo andare rischia di pregiudicare seriamente le potenzialità dello sviluppo effettivo dell'Arte nel singolo praticante: seguire un modello ideale, per quanto adamantino e indiscutibile, non tanto come una linea guida ma come una sorta di "stampo" in cui forzare la propria pratica non può che essere deleterio, specialmente se non segue il naturale processo di crescita del praticante, che non può non essere personale sia nei tempi che nei modi. Con questo non intendo, si badi bene, sostenere che lo studio dei principi sia in qualche modo inutile o deleterio, se mai il contrario: in realtà, vorrei sottolineare che la comprensione corretta (Zheng) del principio si ha quando questo emerge dalla pratica ,e non quando il corpo si muove quasi fosse eterodiretto, come un burattino.
Infatti, quanti praticanti arrivano ad un livello accettabile, ma non riescono a procedere oltre in quanto come ingabbiati da un non meglio precisato rispetto (?) verso una sorta di esoscheletro di "principi" che li fa muovere con la vitalità di uno zombie, e le loro forme sono gusci, magari perfetti in quanto a stile, ma vuoti, privi di "anima" e di quel Cuore (Xin) che da solo fa la differenza tra un buon artista marziale e un vero Maestro?
Non a caso, per evitare di cadere in questo tranello, la didattica corretta suggerisce di partire da pratiche di base (Nei Gong e Jiben Gong) attraverso le quali far emergere determinate qualità che altro non sono se non la manifestazione dei vari principi e non una qualche loro più o meno forzata "applicazione". Per fare un esempio, se attraverso la pratica arrivo a fare discretamente bene gli esercizi per la Forza a Spirale, vuol dire che a poco a poco il Chan si Jin si è rivelato nel mio corpo, e in questo modo ho realizzato un principio, non mi sono "forzato" ad applicarlo ai miei movimenti. Anche in questo caso, è spontaneo e quasi inevitabile il richiamo alla forma mentis rurale e contadina, cui è fin troppo noto come la forzatura, qualunque essa sia, tenda fatalmente all'inanità, se non al disastro.
Occorre, quindi, accanto ad una conoscenza cristallina dei principi, da tenere sempre presente come strumento imprescindibile di paragone e di controllo, mantenere un atteggiamento operativo improntato alla saggezza e alla percettività, lasciando che i principi si inverino da soli attraverso la giusta pratica, senza "cercarli" a tutti i costi o tributare loro un "rispetto" eccessivo. In fin dei conti, quelle che nascono dalla pratica delle Arti Interne sono capacità che emergono, o meglio ri-emergono solo quando il praticante è pronto,
e non v'è alcun modo di anticipare o velocizzare il processo se non, appunto, quello di seguire correttamente il metodo: la progressiva realizzazione dei vari principi ci assicura di essere sulla strada giusta , e ci aiuta a scandirne le tappe obbligate.
Tappe obbligate, certo, ma nessuna di esse e'mai fine a se stessa, e dovrebbe essere concepita in senso principalmente strumentale, senza fermarcisi più del dovuto, quindi. Non va mai dimenticato, infatti, che e' sempre in agguato il rischio di perdere di vista l'obiettivo finale, la destinazione di quel Viaggio lungo la Via che decidiamo di iniziare con quel non proprio semplice, ma fondamentale, primo passo che e' il Lavoro Interno.
Sfortunatamente, però, non sono convinto che questo studio sia sempre affrontato nella maniera più adeguata, in particolar modo per quel che riguarda l'approccio psicologico al problema.
Infatti, non di rado capita di sentir chiamare in causa il principio x o il principio y agitandoli a mo' di feticcio, spesso a sproposito e quasi mai nel contesto adatto.
E' come se vi fosse una sorta di feticismo del principio, da cui molti, quasi tutti in buona fede, sono spinti a forzare la propria pratica in modo che si conformi al "principio" in questione, quando magari il corpo, dal canto suo, manifesta tutt'altro, e questo sia per cattiva comprensione razionale del principio stesso, sia per l'insufficienza del livello raggiunto attraverso la pratica.
A mio avviso, un approccio simile, per quanto forse inevitabile all'inizio, a lungo andare rischia di pregiudicare seriamente le potenzialità dello sviluppo effettivo dell'Arte nel singolo praticante: seguire un modello ideale, per quanto adamantino e indiscutibile, non tanto come una linea guida ma come una sorta di "stampo" in cui forzare la propria pratica non può che essere deleterio, specialmente se non segue il naturale processo di crescita del praticante, che non può non essere personale sia nei tempi che nei modi. Con questo non intendo, si badi bene, sostenere che lo studio dei principi sia in qualche modo inutile o deleterio, se mai il contrario: in realtà, vorrei sottolineare che la comprensione corretta (Zheng) del principio si ha quando questo emerge dalla pratica ,e non quando il corpo si muove quasi fosse eterodiretto, come un burattino.
Infatti, quanti praticanti arrivano ad un livello accettabile, ma non riescono a procedere oltre in quanto come ingabbiati da un non meglio precisato rispetto (?) verso una sorta di esoscheletro di "principi" che li fa muovere con la vitalità di uno zombie, e le loro forme sono gusci, magari perfetti in quanto a stile, ma vuoti, privi di "anima" e di quel Cuore (Xin) che da solo fa la differenza tra un buon artista marziale e un vero Maestro?
Non a caso, per evitare di cadere in questo tranello, la didattica corretta suggerisce di partire da pratiche di base (Nei Gong e Jiben Gong) attraverso le quali far emergere determinate qualità che altro non sono se non la manifestazione dei vari principi e non una qualche loro più o meno forzata "applicazione". Per fare un esempio, se attraverso la pratica arrivo a fare discretamente bene gli esercizi per la Forza a Spirale, vuol dire che a poco a poco il Chan si Jin si è rivelato nel mio corpo, e in questo modo ho realizzato un principio, non mi sono "forzato" ad applicarlo ai miei movimenti. Anche in questo caso, è spontaneo e quasi inevitabile il richiamo alla forma mentis rurale e contadina, cui è fin troppo noto come la forzatura, qualunque essa sia, tenda fatalmente all'inanità, se non al disastro.
Occorre, quindi, accanto ad una conoscenza cristallina dei principi, da tenere sempre presente come strumento imprescindibile di paragone e di controllo, mantenere un atteggiamento operativo improntato alla saggezza e alla percettività, lasciando che i principi si inverino da soli attraverso la giusta pratica, senza "cercarli" a tutti i costi o tributare loro un "rispetto" eccessivo. In fin dei conti, quelle che nascono dalla pratica delle Arti Interne sono capacità che emergono, o meglio ri-emergono solo quando il praticante è pronto,
e non v'è alcun modo di anticipare o velocizzare il processo se non, appunto, quello di seguire correttamente il metodo: la progressiva realizzazione dei vari principi ci assicura di essere sulla strada giusta , e ci aiuta a scandirne le tappe obbligate.
Tappe obbligate, certo, ma nessuna di esse e'mai fine a se stessa, e dovrebbe essere concepita in senso principalmente strumentale, senza fermarcisi più del dovuto, quindi. Non va mai dimenticato, infatti, che e' sempre in agguato il rischio di perdere di vista l'obiettivo finale, la destinazione di quel Viaggio lungo la Via che decidiamo di iniziare con quel non proprio semplice, ma fondamentale, primo passo che e' il Lavoro Interno.
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