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30.12.22

 


Checché se ne dica, giunti a un certo punto quel che si dovrebbe andar cercando attraverso la Pratica non è più il mero ottenimento di questa o quella qualità bioenergetica, bensì la capacità di Vedere da un punto di vista diverso, che sappia porsi oltre, superandoli, ogni contrapposizione e contrasto.

E' infatti una Visione quella che dovrebbe essere cercata, uno Sguardo simile a quello dell'Aquila, che pur volando alto riesce ad abbracciare tutto e, allo stesso tempo, non esita a piombar lestamente giù per inchiodare e straziare ciò che ha scelto come preda.

Però i più preferiscono continuare a darsi ad altro, e mostrar così di non aver compreso affatto proprio quel Principio che a loro par tanto bello scomodare...

9.5.22

Uscire dall'oblio?

Molto tempo è passato, e molte cose si sono affastellate complicando ulteriormente una vita già ripiegata, e questo da prima dei ben noti problemi che han toccato un po'tutti.

Ma il ripiegarsi a volte sa farsi fermento e riflessione, una sorta di compostaggio interiore in cui anche i rimasugli più negletti riescono infine a trovare una ragione d'essere, o quanto meno una funzione. 

Che anche queste pagine, che da tanto mi ero ripromesso di dimenticare, abbiano ritrovato finalmente la loro?



Staremo a vedere...


2.9.20

Perché sì.



 Ogni anno, quando l'estate ormai agli sgoccioli tenta di riportarmi in qualche modo all'ordine, m'assale il dilemma se sia davvero il caso di riprovarci, di continuare a insistere nonostante l'esperienza e l'evidenza abbiano già da tempo emesso il loro asciutto verdetto:

a nessuno importa veramente.


Ed è proprio così, me ne sono fatto una ragione da lungo tempo, e dubito vivamente che le cose possano cambiare, almeno in tempi brevi.


"Perché insisti, allora?", mi sento immancabilmente chiedere.


"Perché sì", mi sento immancabilmente rispondere...


6.11.19

Un vero insegnante di Gongfu non dovrebbe mai presentarsi troppo riposato ai propri allievi.

Sono convinto che un vero insegnante di Gongfu non dovrebbe mai presentarsi troppo riposato ai propri allievi.

E questo vale ancor di più per chi lo fa da professionista: l'allievo che arriva al corso sfinito dal lavoro o dalle incombenze familiari non ha affatto bisogno di trovarsi davanti un bellimbusto fresco come una rosa che, tutto sorrisetti e serenità, si metta magari a pontificar di "duro lavoro" o a rimarcargli una presunta mancanza d'impegno.

Ha bisogno di rispetto, se mai,visto che al corso c'è comunque venuto, ma soprattutto ha bisogno di trovare nel suo insegnante qualcuno in grado di dimostrargli concretamente come ci si possa applicare a questo "duro lavoro" nonostante la stanchezza o lo scoramento, e anzi proprio attraverso il superamento di questi, perché, con buona pace del marketing, il Gongfu non è una forma di "evasione", ma un autentico percorso di "trasformazione", per giunta scomodo e niente affatto indolore.

Per questo credo che un insegnante non possa mai farsi sconti, e anzi debba raddoppiare gli sforzi nella propria pratica personale, anche a costo di arrivarci lui sfinito a lezione...

E più di ogni altra cosa non deve mai dimenticare come l'allievo abbia bisogno sì dell'esperienza e della qualità dell'insegnante, ma anche del suo esempio vivo e presente di essere umano che, seppur su un altro piano, deve fare i conti con le medesime difficoltà e problemi, e continua ad affrontarli.

In fondo, non è questo l'unico vero insegnamento?



14.10.19

Non cedere al sonno...

Il fatto di essere sulla strada giusta non significa affatto essere vicini alla meta: al contrario, è proprio lì che si celano i trabocchetti più insidiosi, e dove è più facile sviarsi od essere sviati.

E dove è necessario vigilare con la massima attenzione.

Del resto, anche Omero ci ammonisce, ricordandoci del sonno cui cede Odisseo giunto in vista di Itaca, fornendo ai marinai troppo curiosi l'occasione per aprire l'otre di Eolo e liberare così i venti avversi che li sospingeranno nuovamente lontani.

Chi intraprende la Via corre lo stesso pericolo e, come per Odisseo, il problema non è tanto la curiosità dei compagni (ovvero i fattori contingenti) quanto il fatto di abbassare la guardia cedendo al sonno.

Sonno che sopraggiunge in mille forme, da quella della pasciuta certezza che ormai sia solo una questione di tempo a quella dell'abbandono quasi fideistico nelle mani del pur ottimo maestro che abbiamo finalmente trovato, ma dal quale molti credono sia possibile apprendere per una sorta di osmosi che dovrebbe far passare in cavalleria il lavoro di ricerca personale.

Nulla di più falso, perché un vero Maestro è come il somaro della nota storiella, e per quanto possa aiutarti non può fare il lavoro per te, perché la Trasformazione indotta dalla pratica è solo e soltanto tua.

Ma anche la pratica più costante e diligente può condurti dove vuoi arrivare solo se non cedi al sonno, perché, come diceva il Buddha, se perdi la corretta Attenzione è come se già fossi tra quelli che sono morti...

12.10.19

Non amo molto l'uso bolso e didascalico delle immagini, che finisce per ridicolizzare la realtà irrigidendola in tautologia, ottenendo al massimo di rallentarne per un poco l'inesorabile discesa nell'oblio.

E questo è particolarmente vero per quanto riguarda la pratica interna, che per la natura irripetibile  del suo "momento" (kairòs) , non può essere "fissata" se non al prezzo di gravi mutilazioni nella forma e nella sostanza.

Purtroppo, però, vivendo nostro malgrado in una società incentrata in maniera pressoché esclusiva sull'immagine, a volte ci si trova costretti a scendere a compromessi, foss'anche solo per semplice e prosaica "necessità professionale"e bisogna quindi provare a "fissare" in qualche modo ciò che non potrebbe essere "fissato"...

11.10.19

Tao

Tao, più correttamente Dao, è seguire una musica che non si può sentire, danzando coi capelli sciolti, mentre ogni passo misura il Cosmo e traccia segni di Potenza.
E' tutto qui: non c'è dieta né dottrina, solo un tumulto, una slavina che rimette insieme il Tutto dopo averlo frammentato, un pulsare ritmico che divora e sgrava forme sempre nuove...

11.9.16

Una pubblicità sincera...



Quest'anno ho deciso di optare per una pubblicità un po' più sincera...



A.A.A. Allievi cercasi

Insegnante professionista di Arti Marziali, con solido curriculum e pratica quasi trentennale alle spalle, cerca allievi stufi di farsi prendere per i fondelli e disposti a studiare e lavorare duramente (dando e ricevendo pure una buona dose di mazzate)  senza sdilinquimenti pseudo spirituali di sorta. Si richiede capacità di pensiero autonomo.
Astenersi perditempo, imbecilli e gente in cerca di santoni.




17.2.16

Sullo stato odierno dell'arte

Ci son momenti in cui si è come sull'orlo, stremati dal tentativo di non cadere.

E tanto, troppo, forse tutto sembra ottuso ed incolore, se mancano forza e voce.

Tecniche e metodi paiono balocchi insulsi, e verrebbe quasi da calciarli via con stizza, se affetto e riconoscenza non presentassero ingordamente il conto.

Soffia intanto  un vento feroce, ma un ammassarsi di nubi gravide  bisbiglia che qualcosa sta per accadere...

29.1.16

Partecipare ad una classe di Taijiquan vuol dire fare una pratica "spirituale"?

Partecipare ad una classe di Taijiquan vuol dire fare una pratica "spirituale"?

A qualcuno non piacerà, eppure la risposta è NO.

E questo, in primo luogo, è perché , nonostante ne siano possibili e auspicabili delle letture in tal senso, il Taijiquan NON è una pratica "spirituale".

E' un'arte marziale.

Non è Qigong o meditazione, e farlo passare per tale, seppur in buona fede, è una frode,

Detto questo, va ricordato che la formula della classe, specie se numerosa, porta alla creazione di alcune tipiche dinamiche di gruppo, come l'abbassamento del livello di presenza individuale e l'armonizzazione al ribasso di quello energetico, entrambi fattori decisamente poco compatibili con una pratica che si voglia realmente "spirituale".


Eppure, per tantissimi praticanti, tra cui chi scrive, il Taijiquan viene percepito e vissuto ANCHE
in una dimensione "spirituale", specialmente quando si voglia affrontarlo seriamente e senza sconti.

Ma questo non può avvenire se non attraverso lunghe e possibilmente estenuanti sessioni di pratica individuale: fuori dal gruppo, soli con quel che si è riusciti ad apprendere, siamo costretti a scavare in profondità e senza la possibilità di nascondersi dietro gli altri o di seguirne la scia emotiva.

E questo è l'inizio di ogni pratica veramente "spirituale"...

4.1.16

Batti e ribatti

C'è una certa rude fierezza nel percorrere ogni giorno chilometri avanti e indietro, ripetendo fino alla nausea lo stesso movimento, nell'indurire gradualmente il corpo sbattendolo contro alberi e muri finchè non diviene quasi insensibile... mentre dentro, invece, un altro mondo a poco a poco si schiude, e figure, atteggiamenti, intenzioni, tutto sfuma e si salda coi moti più profondi del cuore.

La pratica dello xinyiquan è questo, un lavoro indubbiamente duro ma allo stesso tempo fine, che richiama il battere e ribattere dell'antico Fabbro-Sciamano...




1.1.16

Propositi e rotture

L'inizio di un nuovo anno, anziché momento di lieta riflessione sul rinnovarsi ciclico del Tempo, si ritrova ad essere anche quello dello sbandieramento dei buoni propositi o delle più o meno vaghe speranze di veder replicare per l'ennesima volta il già visto, e il già vissuto.
Infatti, aldilà del legittimo desiderio di lasciarsi alle spalle le inevitabili sofferenze, brutture o semplicemente le mancate occasioni vissute nel corso dell'anno appena trascorso, mi sembra che pressoché ovunque si celi, spesso debitamente camuffato, l'anelito al ritorno dell'uguale.
O, meglio, di un certo tipo di uguale, ossia quello dei fantomatici "punti di riferimento" veri o presunti che siano, e che si situano invariabilmente ad un livello piuttosto banale e contingente.
E' assai raro, invece, avvertire un autentico desiderio di uscita dal meccanismo farlocco in cui ci si ritrova ingarbugliati, di rompere il cerchio delle varie illusioni e bisogni indotti, ai quali letteralmente ci si ammanetta, quasi si fosse nell'attesa proprio dello spasimo del dibattersi, del malato gioire dell'essere a catena.
E chi rifiuta il gioco,invece,  per lo più fugge: spesso molte tra le persone migliori finiscono per proiettare in un "altrove" fatto di "energie" e favolose esplorazioni di piani "altri" la forza che dovrebbero invece custodire in vista di un'autentica rottura di livello.
Non è possibile limitarsi a gironzolare per i piani sottili nella pausa pranzo o nei sabati mattina strappati allo shopping per avviare il tanto agognato processo del "cambiamento"...
E' necessario, invece, fare delle scelte. Scelte difficili, faticose e spesso dolorose, ma non è più possibile rimandare, perché le nubi all'orizzonte son sempre più fosche, e il tempo stringe.





26.7.15

A.I.V. - Presa a terra

Dopo averne viste e sentite, lette e soprattutto sperimentate tante, sono giunto all'irrevocabile decisione di ritener degno di qualcosa di più d'una sprezzante alzata di spalle solo chi, tra la sempre nutrita genia dei sedicenti maestri, operatori e quant'altro, riesca a dimostrare un minimo di maturità nella propria consapevolezza fisica.

Sia ben chiaro, non è certo mia intenzione pretendere competenze tecniche eccelse, o livelli di propriocezione strabilianti, mi basta poter notare con sufficiente certezza la presenza di una qualche forma di “presa a terra”, che possa dare un valore reale alle sempre (teoricamente) valide chiacchiere messe in circolazione.

Per quanto sia ovvio che non a tutte le persone, per colpa di svariati fattori, come l'età o le ferite che inevitabilmente si è costretti a portarsi dietro, è dato di poter dimostrare facilmente quanto da me richiesto, è come minimo impensabile che chi si riempie la bocca di tanti bei discorsetti sia assolutamente sganciato dal proprio corpo.

E' impensabile dal momento che, com'è noto, il corpo conserva la memoria del dolore patito e manifesta il livello e la qualità dell'energia, anche spirituale, e di conseguenza un'insufficiente consapevolezza di questi meccanismi non può non smascherare brutalmente anche il conferenziere più scaltrito, perché dimostra la sua incapacità di applicare nel concreto le implicazioni di ciò di cui va cianciando.


Come si può aver la faccia tosta di predicare alla gente come fare per “guarire se stessi”, “eliminare la “negatività” o “purificare l'aura” (qualunque cosa venga intesa per “aura”) quando addirittura il proprio modo di camminare è un gesto di rifiuto del mondo, in particolare della Terra?

24.7.15

Empatia

Per una natura empatica, quella dell'equanimità è una conquista assai difficile, che richiede la presenza di una mente siderea, algida e metallica. Algida, sì, ma pronta ad arroventarsi per cauterizzare, alla bisogna, le innumerevoli ferite che l'attitudine all'empatia comporta.

E' fin troppo facile commuoversi, lasciarsi toccare nel profondo dalle sensazioni altrui, dalle loro paure, insicurezze o dolori, finendo per portarsele dietro anche laddove sarebbe saggio allontanarsene il prima possibile.

Non è giusto sobbarcarsi più del dovuto, perché s'ottiene solo l'erosione delle già scarse energie a nostra disposizione, finendo per crogiolarsi in un pantano languoroso in cui tutto si può trovare, tranne vie d'uscita.

Un cuore troppo carico non è certo in grado di aiutare, perché offuscato: solo dopo che la brezza siderea della mente avrà spazzato via le nubi gonfie d'acquea empatia, il chiarore dello Spirito autentico sarà in grado di tendere una ben concreta mano.


14.6.15

Incomprensibilità

La scelta di mantenere linee di coerenza, quali che siano, comporta quasi fatalmente il dover saldare un conto quantomeno salato, fatto di incomprensioni e diserzioni di vario tipo, specialmente da parte di chi non esita a definirsi più vicino.
Il fatto di possedere una qualche visione, per quanto confusa, determina quasi per riflesso un goffo passo indietro da parte di chi ne è privo, quasi una sorta di timore reverenziale che separa e offusca.
E' come se nel voler seguire una direzione precisa, e decidere di mantenerla infischiandosene della tortuosità del percorso, si celasse un oscuro divieto, una sorta di tabù per il bulimico opportunismo contemporaneo.
Ad essere incomprensibile è in primo luogo la scelta di astenersi dal prendere compulsivo, sia che si tratti di cose lecite sia che si tratti di cose illecite: non puoi non volere, non puoi non desiderare, non puoi non soddisfare anche la più sciocca delle brame senza apparire strano, forse malato...
E in definitiva perdente, almeno agli occhi di certi sfuggenti mangiatori di carogne.
Questo perché la nozione di scelta, per essere autentica, comporta una inevitabile adesione, una presa di coscienza gravida di responsabilità. Non per niente, infatti, si è spesso sentito dire come l'assenso, in piena consapevolezza e volontà, sia l'unico vero margine di libertà concesso a noi mortali.

E non potrebbe essere altrimenti, perché solo l'azzardarsi ad aprire gli occhi scoprendosi avviluppati dai cordami del Fato permette di riconoscerlo, e, magari, di comprenderlo.

23.5.15

Absit iniuria verbis- TJQ globalizzato


Ho già avuto modo di esprimere le mie perplessità riguardo l'intenzione, da parte del governo cinese, di promuovere la pratica del Tai ji Quan al punto di farla giungere ad una diffusione “globale” alla stregua di quella ottenuta a suo tempo dallo Yoga.



Francamente, non potrei immaginare una catastrofe peggiore: per quanto alcuni vi vedranno l'opportunità decisiva per incrementare la propria fama e i propri introiti, o si sentiranno finalmente sdoganati agli occhi del grande pubblico, una prospettiva simile non rappresenterebbe altro che una brusca accelerazione del processo degenerativo iniziato, suo malgrado, con Yang Chenfu e culminato con la codifica della famigerata forma di Pechino (1956), alla quale si deva una prima, massiccia diffusione del Tai Ji al di fuori dell'ambiente delle arti marziali.


Sebbene molti sostengano come questo processo di popolarizzazione abbia permesso, semplificandolo e rendendolo accessibile pressochè a chiunque, la stessa sopravvivenza del Tai Ji Quan, in realtà ha finito per snaturarlo quasi completamente, al punto che la maggior parte di quel che viene spacciato per tale effettivamente non lo è, e non sempre si può invocare la buona fede.


Infatti, a partire dalla codifica sempre più rigida delle forme del Tai Ji Quan, ossia il vero e proprio peccato originale della concezione falsata della disciplina, questa volontà di rendere più semplice e soprattutto omogeneo il modo di praticare ne ha eroso progressivamente la percezione corretta, fatta di comprensione e manifestazione di principi, e non di adeguamento pavloviano a modelli morti e imposti.


Non a caso, quando mi capita di vedere immagini di classi più o meno sterminate, punteggiate di figure storte, sovrappeso o prossime a spirare, eppure tutte convintissime e ben paludate nei loro candidi pigiamini mentre si contorcono al rallentatore come tanti zombi in una piantagione di canna da zucchero, provo sempre un brivido, e non di rado soffoco un conato.


Quello non è Tai Ji Quan, punto.


E non potrebbe essere altrimenti, perchè il Tai Ji Quan è in primo luogo un fatto di ricerca strettamente personale, condivisibile tutt'al più con un ristretto numero di “fratelli” insieme ai quali è possibile instaurare un rapporto di mutuo scambio e supporto, e non ha evidentemente nulla a che spartire con l'immersione nella poltiglia anonima di cui sopra, e che in molti, cinesi per primi, vorrebbero diffusa “globalmente”.

Oltretutto, la pratica autentica del Tai Ji Quan, come del resto avviene in altre arti e discipline tradizionali, conserva, in particolar modo in quel che riguarda la didattica, delle caratteristiche e modalità proprie che si potrebbero definire “artigianali”, frutto cioè, di una maestria acquisita e applicata ad un dato materiale a seconda delle esigenze di un preciso committente, e quindi decisamente estranea all'organizzazione “industriale” di creazione e messa in vendita di un qualunque prodotto standard fruibile da chiunque.

 
In definitiva, ad agitarsi è sempre lo spettro del voler rendere omogeneo qualcosa che omogeneo non è, e non può diventarlo a meno di non venir meno alla sua propria natura. E ciò che non è omogeneo è giocoforza escluso da un eventuale mercato “globale”, come quello che si vorrebbe veder aperto nel prossimo futuro...

18.4.15

Sette

Sette anni fa son diventato padre per la prima volta, iniziando ad accorgermi di come la Vita possa farti sentire " di passaggio" ben più di quanto possa madama Morte, scavalcando la pochezza dei costrutti esistenziali basati sull'egomania miope e sostanzialmente infantile in cui mi crogiolavo.
Forse, tutto il lavorio di "crescita" personale altro non è che il tentativo di forgiare un anello sufficientemente saldo cui possano attaccarsi senza timore quelli successivi, e tramandar loro il regime del fuoco...

6.2.15

Ricordi

Per un attimo m'è parso di esser ancora seduto sul davanzale come facevo da ragazzo, con gli occhi tuffati quasi a forza in quel poco di cielo che m'era dato di vedere.

Sempre lontano e, in qualche modo, solo tra la gente che pareva rarefarsi ad ogni istante, a volte molesta, spesso inutile e quasi sempre confusa.

Con solo il corpo a darmi segno d'esser vivo, mi scivolava addosso tutto quel vociare, e con gli occhi socchiusi ero perennemente altrove.

Troppo freddo per non far arretrare gli altri, troppo rovente per essere maneggiato, non appartenevo a nessuno se non per mia personale voglia o costrizione, e troppe cose ho lasciato passar via senza coglierne il senso, o il dolore sotteso.

Ma ora che un po' di bianco inizia ad insinuarsi lentamente sulle guance, sento involarsi piano anche il ricordo,  ritorno qui.

E guardo fuori.

8.5.14

Rinnegarsi




E' a dir poco spaventoso realizzare quanto la nostra reale natura, con i suoi limiti, forse, ma anche doti e inclinazioni particolari, sappia volutamente rinnegarsi annullandosi in forme artificiose o comunque estranee.

Anche in questo, l'osservazione degli schematismi corporei riesce ad essere illuminante, data l'estrema incapacità di mentire dimostrata in continuazione dal nostro corpo.

Il corpo non è quasi mai "libero", tanto meno in chi in esso trova una forma di espressione: per quanto possa sembrare assurdo, la maggior parte di chi "usa" abitualmente il proprio corpo, ovverosia gli artisti marziali, ma il discorso vale anche per i danzatori e gli atleti in genere, rivela un livello di condizionamento altissimo.

In questo caso, però, si tratta di una forma di condizionamento ben diversa rispetto a quella che affligge le persone  dotate d'una percezione corporea "normale" e quindi quantomeno vaga, nonchè molto più subdola e difficile da eliminare.

Si tratta dell'incapacità di svincolarsi dai modelli e dalle gestualità apprese, di cui molto spesso si scorda la natura strumentale, e si finisce per trasformarli in ideali astratti, e, perciò, intrinsecamente alieni. In questo modo, si viene a creare una tensione costante verso questo modello estraneo, magari replicato nella miglior maniera possibile, ma comunque sempre inautentico.

Mi sono molte e molte volte domandato come un modello estraneo, per quanto fortemente interiorizzato e reso ragionevolmente "proprio" possa resistere senza collassare sotto la pressione esterna, sia che si tratti della tensione prima di entrare in scena oppure di quella della competizione.  E questo vale infinitamente di più se applicato nel contesto in cui dovrebbero, o meglio non dovrebbero trovarsi gli artisti marziali, ovvero nel caso di uno scontro realmente cruento, che non è nè quello sul ring nè una rissa da bar...

Ma anche volendo prescindere da tutto ciò, sarebbe piuttosto da domandarsi quanto giusta possa essere per la persona questa identificazione rigida con dei modelli astratti: non è forse l'ennesima, e particolarmente sopraffina, forma  di  dissoluzione auto inflitta?



17.4.14

Perchè scrivo poco di tecnica

Mi è stato fatto da più parti notare come in questo blog sia finito per trattare sempre più raramente di tecnica, dedicandomi piuttosto a tematiche intime e personali.

In realtà, non è che mi manchino gli argomenti per discettar di tecnica, anzi.

Ci sono parecchi articoli pronti essere pubblicati, però esito a trarli fuori dal limbo perchè continuano a sembrarmi incompleti, parziali, di sicuro non definitivi.

Infatti troppe volte, praticando, mi è capitato di dover rivedere di colpo l'interpretazione di un movimento di cui ero convinto d'aver un'idea e una padronanza tutt'altro che vaghe, e ricominciare, quindi, tutto da capo.

O, meglio, più che da capo, da un altro punto di vista.

Ma questo, per quanto assai stimolante sul piano personale, si rivela quasi traumatico qualora si vadano a rileggere le cose scritte in precedenza.

Cose che paiono somigliare invariabilmente ad un pensierino delle elementari, ma la cui ingenuità non è in alcun modo scusabile, e spesso quasi irritante.

E io, sia per mania di perfezionismo, o per inveterata antipatia verso la parzialità, di natura trovo poco onesto il dare a intendere, magari con l'aria di chi la sa lunga, d'aver afferrato qualcosa che invece  continua a sfuggirmi di mano.

Il che vale ancor di più adesso che sono in una fase "fluida", in cui la tecnica prende, perde o semplicemente muta di significato in continuazione, a seconda del momento, o, meglio, del "mio" momento...

A questo s'aggiunge il fatto che l' aver dato una versione più o meno coerente d'una visione giocoforza limitata e provvisoria  continua a non parermi quasi mai  una ragione sufficientemente buona per rompere il silenzio.


Tutt'al più, volendolo fare, preferisco di gran lunga tentar di dare un'idea di come sia possibile servirsi in maniera proficua di questo o di quel movimento, come nel caso dei post su Yubeishi.

Però, anche in quest'ultimo caso, già mi troverei nella posizione di rettificare o integrare qualcosa...

Forse, sarebbe più saggio ammettere  che anche della tecnica "non si da scienza",e cercare piuttosto di mettere in luce l'effetto che essa, tramite la pratica, esercita su di noi: la condivisione di esperienze, risultati oppure stati d'animo a volte può essere di immenso aiuto per chi, lungo un simile cammino, senta la necessità di conferme o, perchè no, di un po' di compagnia.