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30.12.22

 


Checché se ne dica, giunti a un certo punto quel che si dovrebbe andar cercando attraverso la Pratica non è più il mero ottenimento di questa o quella qualità bioenergetica, bensì la capacità di Vedere da un punto di vista diverso, che sappia porsi oltre, superandoli, ogni contrapposizione e contrasto.

E' infatti una Visione quella che dovrebbe essere cercata, uno Sguardo simile a quello dell'Aquila, che pur volando alto riesce ad abbracciare tutto e, allo stesso tempo, non esita a piombar lestamente giù per inchiodare e straziare ciò che ha scelto come preda.

Però i più preferiscono continuare a darsi ad altro, e mostrar così di non aver compreso affatto proprio quel Principio che a loro par tanto bello scomodare...

29.1.16

Partecipare ad una classe di Taijiquan vuol dire fare una pratica "spirituale"?

Partecipare ad una classe di Taijiquan vuol dire fare una pratica "spirituale"?

A qualcuno non piacerà, eppure la risposta è NO.

E questo, in primo luogo, è perché , nonostante ne siano possibili e auspicabili delle letture in tal senso, il Taijiquan NON è una pratica "spirituale".

E' un'arte marziale.

Non è Qigong o meditazione, e farlo passare per tale, seppur in buona fede, è una frode,

Detto questo, va ricordato che la formula della classe, specie se numerosa, porta alla creazione di alcune tipiche dinamiche di gruppo, come l'abbassamento del livello di presenza individuale e l'armonizzazione al ribasso di quello energetico, entrambi fattori decisamente poco compatibili con una pratica che si voglia realmente "spirituale".


Eppure, per tantissimi praticanti, tra cui chi scrive, il Taijiquan viene percepito e vissuto ANCHE
in una dimensione "spirituale", specialmente quando si voglia affrontarlo seriamente e senza sconti.

Ma questo non può avvenire se non attraverso lunghe e possibilmente estenuanti sessioni di pratica individuale: fuori dal gruppo, soli con quel che si è riusciti ad apprendere, siamo costretti a scavare in profondità e senza la possibilità di nascondersi dietro gli altri o di seguirne la scia emotiva.

E questo è l'inizio di ogni pratica veramente "spirituale"...

26.7.15

A.I.V. - Presa a terra

Dopo averne viste e sentite, lette e soprattutto sperimentate tante, sono giunto all'irrevocabile decisione di ritener degno di qualcosa di più d'una sprezzante alzata di spalle solo chi, tra la sempre nutrita genia dei sedicenti maestri, operatori e quant'altro, riesca a dimostrare un minimo di maturità nella propria consapevolezza fisica.

Sia ben chiaro, non è certo mia intenzione pretendere competenze tecniche eccelse, o livelli di propriocezione strabilianti, mi basta poter notare con sufficiente certezza la presenza di una qualche forma di “presa a terra”, che possa dare un valore reale alle sempre (teoricamente) valide chiacchiere messe in circolazione.

Per quanto sia ovvio che non a tutte le persone, per colpa di svariati fattori, come l'età o le ferite che inevitabilmente si è costretti a portarsi dietro, è dato di poter dimostrare facilmente quanto da me richiesto, è come minimo impensabile che chi si riempie la bocca di tanti bei discorsetti sia assolutamente sganciato dal proprio corpo.

E' impensabile dal momento che, com'è noto, il corpo conserva la memoria del dolore patito e manifesta il livello e la qualità dell'energia, anche spirituale, e di conseguenza un'insufficiente consapevolezza di questi meccanismi non può non smascherare brutalmente anche il conferenziere più scaltrito, perché dimostra la sua incapacità di applicare nel concreto le implicazioni di ciò di cui va cianciando.


Come si può aver la faccia tosta di predicare alla gente come fare per “guarire se stessi”, “eliminare la “negatività” o “purificare l'aura” (qualunque cosa venga intesa per “aura”) quando addirittura il proprio modo di camminare è un gesto di rifiuto del mondo, in particolare della Terra?

23.5.15

Absit iniuria verbis- TJQ globalizzato


Ho già avuto modo di esprimere le mie perplessità riguardo l'intenzione, da parte del governo cinese, di promuovere la pratica del Tai ji Quan al punto di farla giungere ad una diffusione “globale” alla stregua di quella ottenuta a suo tempo dallo Yoga.



Francamente, non potrei immaginare una catastrofe peggiore: per quanto alcuni vi vedranno l'opportunità decisiva per incrementare la propria fama e i propri introiti, o si sentiranno finalmente sdoganati agli occhi del grande pubblico, una prospettiva simile non rappresenterebbe altro che una brusca accelerazione del processo degenerativo iniziato, suo malgrado, con Yang Chenfu e culminato con la codifica della famigerata forma di Pechino (1956), alla quale si deva una prima, massiccia diffusione del Tai Ji al di fuori dell'ambiente delle arti marziali.


Sebbene molti sostengano come questo processo di popolarizzazione abbia permesso, semplificandolo e rendendolo accessibile pressochè a chiunque, la stessa sopravvivenza del Tai Ji Quan, in realtà ha finito per snaturarlo quasi completamente, al punto che la maggior parte di quel che viene spacciato per tale effettivamente non lo è, e non sempre si può invocare la buona fede.


Infatti, a partire dalla codifica sempre più rigida delle forme del Tai Ji Quan, ossia il vero e proprio peccato originale della concezione falsata della disciplina, questa volontà di rendere più semplice e soprattutto omogeneo il modo di praticare ne ha eroso progressivamente la percezione corretta, fatta di comprensione e manifestazione di principi, e non di adeguamento pavloviano a modelli morti e imposti.


Non a caso, quando mi capita di vedere immagini di classi più o meno sterminate, punteggiate di figure storte, sovrappeso o prossime a spirare, eppure tutte convintissime e ben paludate nei loro candidi pigiamini mentre si contorcono al rallentatore come tanti zombi in una piantagione di canna da zucchero, provo sempre un brivido, e non di rado soffoco un conato.


Quello non è Tai Ji Quan, punto.


E non potrebbe essere altrimenti, perchè il Tai Ji Quan è in primo luogo un fatto di ricerca strettamente personale, condivisibile tutt'al più con un ristretto numero di “fratelli” insieme ai quali è possibile instaurare un rapporto di mutuo scambio e supporto, e non ha evidentemente nulla a che spartire con l'immersione nella poltiglia anonima di cui sopra, e che in molti, cinesi per primi, vorrebbero diffusa “globalmente”.

Oltretutto, la pratica autentica del Tai Ji Quan, come del resto avviene in altre arti e discipline tradizionali, conserva, in particolar modo in quel che riguarda la didattica, delle caratteristiche e modalità proprie che si potrebbero definire “artigianali”, frutto cioè, di una maestria acquisita e applicata ad un dato materiale a seconda delle esigenze di un preciso committente, e quindi decisamente estranea all'organizzazione “industriale” di creazione e messa in vendita di un qualunque prodotto standard fruibile da chiunque.

 
In definitiva, ad agitarsi è sempre lo spettro del voler rendere omogeneo qualcosa che omogeneo non è, e non può diventarlo a meno di non venir meno alla sua propria natura. E ciò che non è omogeneo è giocoforza escluso da un eventuale mercato “globale”, come quello che si vorrebbe veder aperto nel prossimo futuro...

18.5.11

Ma è davvero "per tutti"?

Grazie alla maggior parte delle pubblicità dei corsi di Tai Ji Quan son venuto a sapere che si tratta di una disciplina "adatta a tutti", senza distinzioni di sorta. Francamente, la sfumatura di leggero imbonimento con cui è quasi sempre ribadito il concetto mi spinge, e senza faticar troppo, a pensar male, ma anche a far qualche riflessione di principio riguardo alla reale possibilità di una diffusione "indistinta" di una qualsiasi disciplina, sia essa marziale, artistica o quant'altro .
Saltando a piè pari argomentazioni puerili e un po' risibili quali quella del "gusto personale" o l'ovvietà del dare a tutti l'opportunità di dedicarsi alla pratica (ci mancherebbe altro,e  non mi stancherò mai di ribadirlo, checché se ne dica), come pure della sua"fruibilità" da parte di persone impegnate in ben altri settori, bisogna comprendere alcune cose di fondo.
In primo luogo, discipline (quali che siano) stratificatesi nel tempo e in precisi contesti culturali e sociali non posseggono, per propria natura, quella specie di neutralità quasi asettica da cui sono caratterizzate, invece, quelle sbucate fuori in seno alla società contemporanea: il Tai Ji Quan, per esempio, o lo si ama o lo si odia, senza compromessi. E questo in maniera viscerale, istintiva, nel momento preciso in cui se ne coglie lo spirito, e a esso si reagisce. Lì la scelta è già stata fatta, e tutti i tentennamenti, i tira-e-molla e via discorrendo altro non sono che resistenze o le innumerevoli razionalizzazioni che per varie vie ne derivano. Delle scuse, in definitiva.
E già questo basterebbe a ridurre di parecchio la prospettiva che fa vedere la disciplina come "adatta a tutti"...
Se mai, a "tutti" potrebbero essere adatte, al massimo, quelle che giustamente vengono definite "volgarizzazioni" o, per essere più sinceri e al passo coi tempi, le "commercializzazioni". Il che, in ambedue le accezioni, altro non  vuol dire se non semplificazione e interpretazione riduttiva, forse addirittura infedele. Intendiamoci: queste cose hanno il loro perché (far campare gli insegnanti, in primo luogo), ma sono ben lungi dall'identificarsi con la disciplina nella sua interezza. Praticare esclusivamente la forma di Pechino (24) e far qualche esercizio di Qigong per la terza età un paio d'ore alla settimana (e rigorosamente in palestra), non vuol dire affatto, ai miei occhi, "fare Taiji", per quanto si tratti di un legittimo punto di partenza e anche abbastanza "accessibile" nel senso di cui sopra. Però fermarsi a questo, come fanno i vagheggiati milioni di persone dedite al TJQ in giro per il mondo, e pretendere in soprammercato di definirsi autentici "praticanti", si rivela una situazione analoga a quella di colui che, conoscendo a mala pena i tre\quattro accordi sufficienti per "la canzone del sole" o "blowing in the wind"  se ne va in giro vantandosi di saper suonare la chitarra...

15.5.11

Sdoganare

Quella di attirare potenziali iscritti è, senza doverci pensare nemmeno troppo, una sacrosanta esigenza per chi tiene dei corsi, e in questo non vedo nulla di male, tanto che non me ne astengo affatto.
Tuttavia, inizio a trovare estremamente molesti i disperati tentativi di sdoganamento, più o meno surrettizio, del Tai Ji Quan, che si vede sempre più spesso infilato quasi a forza nei contesti più disparati, molte volte quale risposta "definitiva" alle esigenze di questo o quel campo,sia esso marziale, salutistico o performativo.
La solfa è, grosso modo, la stessa: "praticate il TJQ,così migliorerete miracolosamente nella vostra specifica attività". Ed è vero, tanto che io stesso, nel mio piccolo, ho avuto modo diverse volte di far applicare alcuni elementi della pratica del TJQ a persone che si occupano di tutt'altro, verificando empiricamente i benefici, a volte notevoli, di queste "integrazioni". Ma ciò non toglie che sia, in fondo, una prospettiva fuorviante, e in qualche misura, persino avvilente nei confronti del TJQ stesso, che nel sentire comune finisce per acquistare i caratteri ancillari d'una disciplina accessoria, perdendo così la propria specificità e ragion d'essere.
Perchè, mi chiedo, risulta così difficile far sì che le persone s'accorgano che il valore del TJQ è assoluto, e che,per quanto la prospettiva delle suddette integrazioni possa essere un utile ragione per avvicinarvisi, dovrebbe essere praticato in quanto tale,senza doverlo per forza giustificare agganciandolo a destra e a manca? Pare quasi che molti insegnanti o presunti tali si vergognino di quel che propongono in tal modo,e quella del marketing,per quanto comprensibile, non è una giustificazione sufficiente. E, a mio avviso, dimostra scarsa lealtà nei confronti dell'arte in quanto tale.
 

29.1.11

Absit inuria verbis - Ortodossia?

Ho sempre considerato cosa odiosa l'accorgermi di come i bisogni delle persone vengano sfacciatamente sfruttati per vendere merci,  per giunta velandole con una patina di fastidioso buonismo oppure di superiorità del tutto ingiustificata. Che poi tutto questo venga pure spacciato come "crescita" o "trasformazione interiore" è addirittura insopportabile, ma la diffusione ubiquitaria dello schema mi fa dubitare dell'effettiva possibilità di liberarsi di queste dinamiche. In troppe scuole di AMI,per fare un esempio, quando va bene si tende a vendere un metodo, una specie di percorso preconfezionato uguale per tutti. A volte, questo percorso è abbastanza ragionevole, ma più spesso risulta del tutto velleitario,oltre che più legato ad esigenze di marketing che alla didattica o alla coerenza e alla reale funzionalità del metodo. Eppure, pare che la maggior parte delle persone cerchi proprio questo, mostrando ancora una volta il disperato bisogno di "incasellamento" visibile,purtroppo, in tutti i contesti,e che tende invariabilmente a mutarsi in sclerosi e fanatismo. Certo, fanatismo: i metodi divengono ben presto immutabili, divengono ortodossia, ed ogni deviazione o critica diviene subito oggetto di repressione più o meno dissimulata o di isolamento dell'eretico. E chiunque abbia un minimo di esperienza in questi ambienti lo sa bene.
Ad ogni buon conto, cosa comporta tutto questo? Sclerosi,dicevo, e stagnazione,oltre che snaturamento dell'arte e suo progressivo declino, tutto lanciato verso un livellamento per difetto.
Mi si potrebbe obiettare il fatto che un metodo è fondamentale,onde evitare la confusione, le illusioni o il fai da te che non porta a nulla, e io sarei d'accordo.
Pochi si son sforzati quanto il sottoscritto per tirar fuori le AMI  dalla cortina fumogena dell'improvvisazione e del misticismo d'accatto,incitando a praticare secondo ragione e buon senso, per cui la mia riflessione è rivolta  all'atteggiamento verso il metodo,come praticanti e come insegnanti.
Troppe volte ho visto "maestri" continuare ad insegnare, imperterriti, cose che sapevano benissimo essere scorrette, o addirittura "sbagliate", saltando a piè pari persino correzioni patenti da parte di chi ne sapeva di più. Non ci vuole tanto per capire le ragioni di questo, tuttavia mi chiedo: è possibile insegnare correttamente, senza mancare di sincerità nei confronti di noi stessi, dei nostri allievi e soprattutto dell'arte che pratichiamo,la quale, per sua natura, è soggetta al cambiamento?
Per me sì, a patto di ricordare sempre,anche agli allievi, che si sta praticando, appunto, un'arte come la musica, e non una scienza in senso stretto,come la matematica: ma,in fin dei conti,si dirà, la musica è sostanzialmente matematica ...tuttavia,me lo concederete, c'è una bella differenza tra le due!
Dunque, nel rispetto del buonsenso e della biomeccanica,oltre che della teoria dei singoli sistemi,ossia il metodo, conta enormemente l'inclinazione personale,ossia la capacita di "reagire" al metodo rendendolo pratica efficace...applicandolo,in altre parole. Questa, secondo me,è l'unica "fedeltà" possibile ad un metodo appreso, e non la sua ripetizione pedissequa ed immutabile, che con la scusa di conservare finisce inesorabilmente per tradire.

28.1.11

Absit Iniuria verbis : Cosa vuol dire "Guerriero"? parte 2

Ad ogni buon conto, non si tratta di fare necessariamente delle scelte di vita "estreme",quanto di rivoluzionare in modo radicale ed irreversibile il proprio atteggiamento mentale: comprendere in profondità la Natura delle cose è di certo infinitamente più "guerriero" non soltanto dei vari proclami new age, ma lo è pure di ore ed ore passate a bastonarsi con amici e\o nemici,oltre che molto più duro. E' necessario iniziare a mettersi di fronte alle cose per quello che sono, senza valutazioni parziali dovute alla propria forma mentis o all'emotività rifuggendo,platonicamente parlando,la sfera delle "opinioni" (doxai), ed abbandonando qualsiasi forma o livello di buonismo,in quanto assolutamente non naturale nonché di quella pseudo spiritualità dolciastra che non riflette affatto l' Ordine del cosmo. Non a caso,infatti, Eraclito ricordava che il Padre e Sovrano di Tutto è Pòlemos , la Guerra (1)e Laozi  definisce Cielo e Terra "inumani" (2),ribadendo,subito dopo, che anche il Saggio è così.  E l'esperienza  stessa ci insegna,il più delle volte amaramente, come la realtà sia contraddizione e lotta,anche crudele,ed aver la cristallina consapevolezza di come ogni opposizione possa essere superata al livello successivo,non aiuta affatto ad accettarlo di buon grado. L'essere un autentico Guerriero vuol dire far propria questa consapevolezza, ed accettarla pienamente, senza sconti, e senza se e senza ma, come un puro e semplice dato di fatto che non può essere cambiato,tanto meno appellandosi ai buoni sentimenti o ad ideali troppo astratti che fungano,in un modo o nell'altro, da consolazione. Si tratta di andare avanti dissolvendo,in primo luogo sé stessi...


continua...


(1) cfr. il frammento 22 : Pòlemos pànton mèn patèr esti, pànton dè basileùs, kaì toùs mèn thoùs èdeixe theoùs dè anthròpous, toùs mèn doùlous epoìese toùs dè eleuthèrous  -  "Guerra è Padre di tutto, e di tutto è Re gli uni rivela Dei, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri,liberi" 
(2) cfr. Daodejing cap.V : "Il Cielo e la Terra sono inumani;trattano i diecimila esseri come cani di paglia"

22.11.10

Absit Iniuria verbis : Cosa vuol dire "Guerriero"? parte 1

In questi ultimi tempi si è diffusa,e anche troppo,almeno secondo l'umile parere di chi scrive, la discutibile abitudine di (auto)definirsi "guerrieri" da parte di tutta una serie di persone che di guerriero ben poco hanno,sia nel corpo, sia nello spirito. Per quanto per questo vada ringraziato in particolar modo un certo scrittore brasiliano, del quale, lo ammetto senza remore, non son stato capace di leggere più di due righe in fila a causa dell'orticaria suscitatami dal suo stile,ci troviamo di fronte all'ennesimo risbucare della mala pianta della New Age e dei suoi alfieri. Costoro, non paghi d'aver creato un'enorme confusione (e conseguente discredito) sul concetto di trasformazione interiore e di evoluzione personale, nonché sulle varie pratiche antiche e moderne ad essa rivolte,hanno ben pensato, nella competitiva cornice del mondo attuale, di far leva in primo luogo sulla dabbenaggine e poi sul genuino desiderio di spiritualità delle persone per proporre un modello apparentemente più semplice da applicare(e vendere) alla gente comune,ossia quello,appunto, del guerriero. Infatti,nel momento attuale è sempre meno proponibile il modello vagamente monastico, o comunque ascetico tipico della grande diffusione della New Age negli anni '70 del secolo scorso,e si è deciso, saggiamente,di virare in direzione di qualcosa in grado, tra le altre cose, di incanalare la rabbia ed il malessere diffusi, senza però minare, neanche dal punto di vista ideologico,il sistema vigente e le sue regole. Così, ci si può trovare con una certa facilità di fronte all'impiegato, alla cassiera o alla casalinga in grado di trasformarsi a piacimento in altrettanti "guerrieri". Part time,s'intende, perchè usciti dal corso o dalla sessione di pratica si torna a casa come prima e con le stesse regole, magari lievemente compatiti dalla moglie o dal marito non coinvolti in prima persona nel "percorso" dei "guerrieri". Ad un'occhiata limpida, non coinvolta, tutto questo potrebbe ispirare una certa tristezza e poco altro,forse un ghigno, però agli occhi di chi realmente e senza sconti ha scelto una condotta di vita davvero"guerresca",risulta fastidioso e,data l'ormai notevole diffusione del fenomeno,addirittura irritante.
Viene da chiedersi se la gente sappia cos'è implicato nella nozione di "guerriero", quale sia la sfera nella quale ci si dovrebbe muovere,una volta definitisi in quel modo. E quale sia il prezzo da pagare: quella del Guerriero,quello vero, non è una Via semplice,adatta ai ritagli di tempo o ai facili slogan. E' una scelta totalizzante, che richiede coerenza e coraggio,ed un mutamento radicale della propria concezione del mondo e della vita. Non so, in tutta sincerità, quanti dei cosiddetti "guerrieri" sarebbero disposti a tanto...

continua...