Grazie alla maggior parte delle pubblicità dei corsi di Tai Ji Quan son venuto a sapere che si tratta di una disciplina "adatta a tutti", senza distinzioni di sorta. Francamente, la sfumatura di leggero imbonimento con cui è quasi sempre ribadito il concetto mi spinge, e senza faticar troppo, a pensar male, ma anche a far qualche riflessione di principio riguardo alla reale possibilità di una diffusione "indistinta" di una qualsiasi disciplina, sia essa marziale, artistica o quant'altro .
Saltando a piè pari argomentazioni puerili e un po' risibili quali quella del "gusto personale" o l'ovvietà del dare a tutti l'opportunità di dedicarsi alla pratica (ci mancherebbe altro,e non mi stancherò mai di ribadirlo, checché se ne dica), come pure della sua"fruibilità" da parte di persone impegnate in ben altri settori, bisogna comprendere alcune cose di fondo.
In primo luogo, discipline (quali che siano) stratificatesi nel tempo e in precisi contesti culturali e sociali non posseggono, per propria natura, quella specie di neutralità quasi asettica da cui sono caratterizzate, invece, quelle sbucate fuori in seno alla società contemporanea: il Tai Ji Quan, per esempio, o lo si ama o lo si odia, senza compromessi. E questo in maniera viscerale, istintiva, nel momento preciso in cui se ne coglie lo spirito, e a esso si reagisce. Lì la scelta è già stata fatta, e tutti i tentennamenti, i tira-e-molla e via discorrendo altro non sono che resistenze o le innumerevoli razionalizzazioni che per varie vie ne derivano. Delle scuse, in definitiva.
E già questo basterebbe a ridurre di parecchio la prospettiva che fa vedere la disciplina come "adatta a tutti"...
Se mai, a "tutti" potrebbero essere adatte, al massimo, quelle che giustamente vengono definite "volgarizzazioni" o, per essere più sinceri e al passo coi tempi, le "commercializzazioni". Il che, in ambedue le accezioni, altro non vuol dire se non semplificazione e interpretazione riduttiva, forse addirittura infedele. Intendiamoci: queste cose hanno il loro perché (far campare gli insegnanti, in primo luogo), ma sono ben lungi dall'identificarsi con la disciplina nella sua interezza. Praticare esclusivamente la forma di Pechino (24) e far qualche esercizio di Qigong per la terza età un paio d'ore alla settimana (e rigorosamente in palestra), non vuol dire affatto, ai miei occhi, "fare Taiji", per quanto si tratti di un legittimo punto di partenza e anche abbastanza "accessibile" nel senso di cui sopra. Però fermarsi a questo, come fanno i vagheggiati milioni di persone dedite al TJQ in giro per il mondo, e pretendere in soprammercato di definirsi autentici "praticanti", si rivela una situazione analoga a quella di colui che, conoscendo a mala pena i tre\quattro accordi sufficienti per "la canzone del sole" o "blowing in the wind" se ne va in giro vantandosi di saper suonare la chitarra...
18.5.11
15.5.11
Sdoganare
Quella di attirare potenziali iscritti è, senza doverci pensare nemmeno troppo, una sacrosanta esigenza per chi tiene dei corsi, e in questo non vedo nulla di male, tanto che non me ne astengo affatto.
Tuttavia, inizio a trovare estremamente molesti i disperati tentativi di sdoganamento, più o meno surrettizio, del Tai Ji Quan, che si vede sempre più spesso infilato quasi a forza nei contesti più disparati, molte volte quale risposta "definitiva" alle esigenze di questo o quel campo,sia esso marziale, salutistico o performativo.
La solfa è, grosso modo, la stessa: "praticate il TJQ,così migliorerete miracolosamente nella vostra specifica attività". Ed è vero, tanto che io stesso, nel mio piccolo, ho avuto modo diverse volte di far applicare alcuni elementi della pratica del TJQ a persone che si occupano di tutt'altro, verificando empiricamente i benefici, a volte notevoli, di queste "integrazioni". Ma ciò non toglie che sia, in fondo, una prospettiva fuorviante, e in qualche misura, persino avvilente nei confronti del TJQ stesso, che nel sentire comune finisce per acquistare i caratteri ancillari d'una disciplina accessoria, perdendo così la propria specificità e ragion d'essere.
Perchè, mi chiedo, risulta così difficile far sì che le persone s'accorgano che il valore del TJQ è assoluto, e che,per quanto la prospettiva delle suddette integrazioni possa essere un utile ragione per avvicinarvisi, dovrebbe essere praticato in quanto tale,senza doverlo per forza giustificare agganciandolo a destra e a manca? Pare quasi che molti insegnanti o presunti tali si vergognino di quel che propongono in tal modo,e quella del marketing,per quanto comprensibile, non è una giustificazione sufficiente. E, a mio avviso, dimostra scarsa lealtà nei confronti dell'arte in quanto tale.
Tuttavia, inizio a trovare estremamente molesti i disperati tentativi di sdoganamento, più o meno surrettizio, del Tai Ji Quan, che si vede sempre più spesso infilato quasi a forza nei contesti più disparati, molte volte quale risposta "definitiva" alle esigenze di questo o quel campo,sia esso marziale, salutistico o performativo.
La solfa è, grosso modo, la stessa: "praticate il TJQ,così migliorerete miracolosamente nella vostra specifica attività". Ed è vero, tanto che io stesso, nel mio piccolo, ho avuto modo diverse volte di far applicare alcuni elementi della pratica del TJQ a persone che si occupano di tutt'altro, verificando empiricamente i benefici, a volte notevoli, di queste "integrazioni". Ma ciò non toglie che sia, in fondo, una prospettiva fuorviante, e in qualche misura, persino avvilente nei confronti del TJQ stesso, che nel sentire comune finisce per acquistare i caratteri ancillari d'una disciplina accessoria, perdendo così la propria specificità e ragion d'essere.
Perchè, mi chiedo, risulta così difficile far sì che le persone s'accorgano che il valore del TJQ è assoluto, e che,per quanto la prospettiva delle suddette integrazioni possa essere un utile ragione per avvicinarvisi, dovrebbe essere praticato in quanto tale,senza doverlo per forza giustificare agganciandolo a destra e a manca? Pare quasi che molti insegnanti o presunti tali si vergognino di quel che propongono in tal modo,e quella del marketing,per quanto comprensibile, non è una giustificazione sufficiente. E, a mio avviso, dimostra scarsa lealtà nei confronti dell'arte in quanto tale.
27.4.11
Canne e volpi
Quando arriva un nuovo studente,pur sapendo di frustrare ineluttabilmente le sue aspettative,cerco quanto prima di metterlo al corrente del fatto che,da me, difficilmente apprenderà delle"tecniche" ,e che di"mosse" non ne esistono affatto. Sorvolando sul fatto dell'assurdità del concetto di "mossa",sul quale ci si potrebbe divertire non poco disquisendoci sopra (e non è detto che,prima o poi, non mi venga in mente di farlo), è patente il fatto che,nonostante una maggior facilità di accesso alla materia in questione, la gente tenda ancora oggi a considerare l'arte marziale un insieme di elementi dati da apprendere e dar definitivamente per acquisiti non appena se ne abbia un'idea quanto meno approssimativamente chiara. Se va bene.
Questa concezione è,neanche a dirlo, assolutamente fuorviante, e tende a ingabbiare lo studio delle arti marziali in uno schematismo nozionistico riduttivo e soffocante, come se si trattasse di una delle tante "abilitazioni" che al giorno d'oggi si è soliti conseguire, le quali vengono ineluttabilmente confuse con la reale competenza nel particolare campo cui si riferiscono.
Forse anche per colpa di questa prassi a mio dire nefasta, la stragrande maggioranza degli studenti, o aspiranti tali, si presenta proprio con questi presupposti in testa, e molte volte non riesce a staccarsene, finendo per abbandonare la pratica "seria" e farsi invece abbindolare presso lidi più "confortanti" o maggiormente in linea con le aspettative.
In realtà costoro, per rifarsi ad un celebre apologo, si incaponiscono alla ricerca dei dispensatori di pesci, fuggendo invece da chi si propone d'insegnar loro l'uso della canna o della rete: si aspettano sempre di "aggiungere" bulimicamente qualcosa a ciò che già sanno o ritengono di sapere, senza accorgersi che,rimanendo nei vecchi schemi, le nuove acquisizioni rimangono lettera morta, potenzialità che non si riescono a esprimere a causa dell'inadeguatezza di fondo che i suddetti ben si guardano dal riconoscere e correggere. Finendo poi, come spesso sento, per incolpare e bollare come "inutili" od "obsolete" proprio quelle cose che desideravano tanto apprendere, mostrandosi, in questo, del tutto simili alla volpe d'un'altra storiella ben conosciuta, e troppo spesso dimenticata.
Questa concezione è,neanche a dirlo, assolutamente fuorviante, e tende a ingabbiare lo studio delle arti marziali in uno schematismo nozionistico riduttivo e soffocante, come se si trattasse di una delle tante "abilitazioni" che al giorno d'oggi si è soliti conseguire, le quali vengono ineluttabilmente confuse con la reale competenza nel particolare campo cui si riferiscono.
Forse anche per colpa di questa prassi a mio dire nefasta, la stragrande maggioranza degli studenti, o aspiranti tali, si presenta proprio con questi presupposti in testa, e molte volte non riesce a staccarsene, finendo per abbandonare la pratica "seria" e farsi invece abbindolare presso lidi più "confortanti" o maggiormente in linea con le aspettative.
In realtà costoro, per rifarsi ad un celebre apologo, si incaponiscono alla ricerca dei dispensatori di pesci, fuggendo invece da chi si propone d'insegnar loro l'uso della canna o della rete: si aspettano sempre di "aggiungere" bulimicamente qualcosa a ciò che già sanno o ritengono di sapere, senza accorgersi che,rimanendo nei vecchi schemi, le nuove acquisizioni rimangono lettera morta, potenzialità che non si riescono a esprimere a causa dell'inadeguatezza di fondo che i suddetti ben si guardano dal riconoscere e correggere. Finendo poi, come spesso sento, per incolpare e bollare come "inutili" od "obsolete" proprio quelle cose che desideravano tanto apprendere, mostrandosi, in questo, del tutto simili alla volpe d'un'altra storiella ben conosciuta, e troppo spesso dimenticata.
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