Sono sempre stato un isolato, spesso su posizioni estreme o quantomeno impopolari, per non parlare di tutte le volte in cui mi son dedicato a vere e proprie cause perse, e mi accorgo che, con gli anni, non tendo a migliorare.
Tanto che, dopo anni di acquiescenza (obtorto collo) al comune modo di praticare e insegnare le Arti Interne, mi son deciso a rimettere in gioco tutto, rimescolando le carte in cerca di un gioco (didattico) migliore.
In realtà, non ho mai smesso di pensare determinate cose in un determinato modo, però ero sinceramente convinto che aderire ad una metodica di insegnamento grosso modo sovrapponibile alle aspettative della "clientela" fosse la soluzione migliore, sia per far avvicinare un numero maggiore di persone sia per rendersi più comprensibili. E questo, alla prova dei fatti, è indubitabile. C'è un però, tuttavia. Un però che forse non dipende dalla ragione nel suo aspetto più utilitaristico, e forse nemmeno al buonsenso, ma che per me riveste un'importanza capitale: non mi piace. Non mi piace che una classe si riduca ad un gregge scimmiottante un insegnante più o meno in buona fede, ma nemmeno un'accozzaglia di energumeni sudati che si spintonano senza riflettere. Non mi piace la presunzione di ortodossia elativa a un metodo o ad una scuola, ma nemmeno il tuttofabrodismo e l'accoglienza (qualunque cosa voglia dire) delle istanze più strampalate partorite da autentici soggetti da manicomio.
Non mi piace, infine, l'arroganza dei sedicenti apostoli dell' Unico Vero Marziale, quali che ne siano le declinazioni, come pure son fumo nei miei occhi i falsi modesti, spesso epigoni vigliacchi dei suddetti apostoli.
Quello che vorrei, con tutto il cuore, è svincolare la pratica dai paletti autoimposti, dal mercantilismo becero e dalla mancanza di spontaneità, che non deve essere affatto caos ma pura e semplice esperienza vissuta insieme. E non certo in modo irenico, con la solita melensaggine new age: vorrei dialettica, confronto pur senza distogliere nemmeno per un istante l'occhio dai tesori della Tradizione, che deve essere costantemente vivificata dalla pratica delle persone che vi attingono, e non una sorta di imbalsamata reliquia da guardare e non toccare.
14.6.11
18.5.11
Ma è davvero "per tutti"?
Grazie alla maggior parte delle pubblicità dei corsi di Tai Ji Quan son venuto a sapere che si tratta di una disciplina "adatta a tutti", senza distinzioni di sorta. Francamente, la sfumatura di leggero imbonimento con cui è quasi sempre ribadito il concetto mi spinge, e senza faticar troppo, a pensar male, ma anche a far qualche riflessione di principio riguardo alla reale possibilità di una diffusione "indistinta" di una qualsiasi disciplina, sia essa marziale, artistica o quant'altro .
Saltando a piè pari argomentazioni puerili e un po' risibili quali quella del "gusto personale" o l'ovvietà del dare a tutti l'opportunità di dedicarsi alla pratica (ci mancherebbe altro,e non mi stancherò mai di ribadirlo, checché se ne dica), come pure della sua"fruibilità" da parte di persone impegnate in ben altri settori, bisogna comprendere alcune cose di fondo.
In primo luogo, discipline (quali che siano) stratificatesi nel tempo e in precisi contesti culturali e sociali non posseggono, per propria natura, quella specie di neutralità quasi asettica da cui sono caratterizzate, invece, quelle sbucate fuori in seno alla società contemporanea: il Tai Ji Quan, per esempio, o lo si ama o lo si odia, senza compromessi. E questo in maniera viscerale, istintiva, nel momento preciso in cui se ne coglie lo spirito, e a esso si reagisce. Lì la scelta è già stata fatta, e tutti i tentennamenti, i tira-e-molla e via discorrendo altro non sono che resistenze o le innumerevoli razionalizzazioni che per varie vie ne derivano. Delle scuse, in definitiva.
E già questo basterebbe a ridurre di parecchio la prospettiva che fa vedere la disciplina come "adatta a tutti"...
Se mai, a "tutti" potrebbero essere adatte, al massimo, quelle che giustamente vengono definite "volgarizzazioni" o, per essere più sinceri e al passo coi tempi, le "commercializzazioni". Il che, in ambedue le accezioni, altro non vuol dire se non semplificazione e interpretazione riduttiva, forse addirittura infedele. Intendiamoci: queste cose hanno il loro perché (far campare gli insegnanti, in primo luogo), ma sono ben lungi dall'identificarsi con la disciplina nella sua interezza. Praticare esclusivamente la forma di Pechino (24) e far qualche esercizio di Qigong per la terza età un paio d'ore alla settimana (e rigorosamente in palestra), non vuol dire affatto, ai miei occhi, "fare Taiji", per quanto si tratti di un legittimo punto di partenza e anche abbastanza "accessibile" nel senso di cui sopra. Però fermarsi a questo, come fanno i vagheggiati milioni di persone dedite al TJQ in giro per il mondo, e pretendere in soprammercato di definirsi autentici "praticanti", si rivela una situazione analoga a quella di colui che, conoscendo a mala pena i tre\quattro accordi sufficienti per "la canzone del sole" o "blowing in the wind" se ne va in giro vantandosi di saper suonare la chitarra...
Saltando a piè pari argomentazioni puerili e un po' risibili quali quella del "gusto personale" o l'ovvietà del dare a tutti l'opportunità di dedicarsi alla pratica (ci mancherebbe altro,e non mi stancherò mai di ribadirlo, checché se ne dica), come pure della sua"fruibilità" da parte di persone impegnate in ben altri settori, bisogna comprendere alcune cose di fondo.
In primo luogo, discipline (quali che siano) stratificatesi nel tempo e in precisi contesti culturali e sociali non posseggono, per propria natura, quella specie di neutralità quasi asettica da cui sono caratterizzate, invece, quelle sbucate fuori in seno alla società contemporanea: il Tai Ji Quan, per esempio, o lo si ama o lo si odia, senza compromessi. E questo in maniera viscerale, istintiva, nel momento preciso in cui se ne coglie lo spirito, e a esso si reagisce. Lì la scelta è già stata fatta, e tutti i tentennamenti, i tira-e-molla e via discorrendo altro non sono che resistenze o le innumerevoli razionalizzazioni che per varie vie ne derivano. Delle scuse, in definitiva.
E già questo basterebbe a ridurre di parecchio la prospettiva che fa vedere la disciplina come "adatta a tutti"...
Se mai, a "tutti" potrebbero essere adatte, al massimo, quelle che giustamente vengono definite "volgarizzazioni" o, per essere più sinceri e al passo coi tempi, le "commercializzazioni". Il che, in ambedue le accezioni, altro non vuol dire se non semplificazione e interpretazione riduttiva, forse addirittura infedele. Intendiamoci: queste cose hanno il loro perché (far campare gli insegnanti, in primo luogo), ma sono ben lungi dall'identificarsi con la disciplina nella sua interezza. Praticare esclusivamente la forma di Pechino (24) e far qualche esercizio di Qigong per la terza età un paio d'ore alla settimana (e rigorosamente in palestra), non vuol dire affatto, ai miei occhi, "fare Taiji", per quanto si tratti di un legittimo punto di partenza e anche abbastanza "accessibile" nel senso di cui sopra. Però fermarsi a questo, come fanno i vagheggiati milioni di persone dedite al TJQ in giro per il mondo, e pretendere in soprammercato di definirsi autentici "praticanti", si rivela una situazione analoga a quella di colui che, conoscendo a mala pena i tre\quattro accordi sufficienti per "la canzone del sole" o "blowing in the wind" se ne va in giro vantandosi di saper suonare la chitarra...
15.5.11
Sdoganare
Quella di attirare potenziali iscritti è, senza doverci pensare nemmeno troppo, una sacrosanta esigenza per chi tiene dei corsi, e in questo non vedo nulla di male, tanto che non me ne astengo affatto.
Tuttavia, inizio a trovare estremamente molesti i disperati tentativi di sdoganamento, più o meno surrettizio, del Tai Ji Quan, che si vede sempre più spesso infilato quasi a forza nei contesti più disparati, molte volte quale risposta "definitiva" alle esigenze di questo o quel campo,sia esso marziale, salutistico o performativo.
La solfa è, grosso modo, la stessa: "praticate il TJQ,così migliorerete miracolosamente nella vostra specifica attività". Ed è vero, tanto che io stesso, nel mio piccolo, ho avuto modo diverse volte di far applicare alcuni elementi della pratica del TJQ a persone che si occupano di tutt'altro, verificando empiricamente i benefici, a volte notevoli, di queste "integrazioni". Ma ciò non toglie che sia, in fondo, una prospettiva fuorviante, e in qualche misura, persino avvilente nei confronti del TJQ stesso, che nel sentire comune finisce per acquistare i caratteri ancillari d'una disciplina accessoria, perdendo così la propria specificità e ragion d'essere.
Perchè, mi chiedo, risulta così difficile far sì che le persone s'accorgano che il valore del TJQ è assoluto, e che,per quanto la prospettiva delle suddette integrazioni possa essere un utile ragione per avvicinarvisi, dovrebbe essere praticato in quanto tale,senza doverlo per forza giustificare agganciandolo a destra e a manca? Pare quasi che molti insegnanti o presunti tali si vergognino di quel che propongono in tal modo,e quella del marketing,per quanto comprensibile, non è una giustificazione sufficiente. E, a mio avviso, dimostra scarsa lealtà nei confronti dell'arte in quanto tale.
Tuttavia, inizio a trovare estremamente molesti i disperati tentativi di sdoganamento, più o meno surrettizio, del Tai Ji Quan, che si vede sempre più spesso infilato quasi a forza nei contesti più disparati, molte volte quale risposta "definitiva" alle esigenze di questo o quel campo,sia esso marziale, salutistico o performativo.
La solfa è, grosso modo, la stessa: "praticate il TJQ,così migliorerete miracolosamente nella vostra specifica attività". Ed è vero, tanto che io stesso, nel mio piccolo, ho avuto modo diverse volte di far applicare alcuni elementi della pratica del TJQ a persone che si occupano di tutt'altro, verificando empiricamente i benefici, a volte notevoli, di queste "integrazioni". Ma ciò non toglie che sia, in fondo, una prospettiva fuorviante, e in qualche misura, persino avvilente nei confronti del TJQ stesso, che nel sentire comune finisce per acquistare i caratteri ancillari d'una disciplina accessoria, perdendo così la propria specificità e ragion d'essere.
Perchè, mi chiedo, risulta così difficile far sì che le persone s'accorgano che il valore del TJQ è assoluto, e che,per quanto la prospettiva delle suddette integrazioni possa essere un utile ragione per avvicinarvisi, dovrebbe essere praticato in quanto tale,senza doverlo per forza giustificare agganciandolo a destra e a manca? Pare quasi che molti insegnanti o presunti tali si vergognino di quel che propongono in tal modo,e quella del marketing,per quanto comprensibile, non è una giustificazione sufficiente. E, a mio avviso, dimostra scarsa lealtà nei confronti dell'arte in quanto tale.
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