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30.12.22

 


Checché se ne dica, giunti a un certo punto quel che si dovrebbe andar cercando attraverso la Pratica non è più il mero ottenimento di questa o quella qualità bioenergetica, bensì la capacità di Vedere da un punto di vista diverso, che sappia porsi oltre, superandoli, ogni contrapposizione e contrasto.

E' infatti una Visione quella che dovrebbe essere cercata, uno Sguardo simile a quello dell'Aquila, che pur volando alto riesce ad abbracciare tutto e, allo stesso tempo, non esita a piombar lestamente giù per inchiodare e straziare ciò che ha scelto come preda.

Però i più preferiscono continuare a darsi ad altro, e mostrar così di non aver compreso affatto proprio quel Principio che a loro par tanto bello scomodare...

23.11.19

Fissarsi troppo sull'interno porta a una sorta di autismo stagnante, mentre farlo sull'esterno rende invece vacui e inconsistenti.

Solo annullandoli entrambi nel Centro si può giungere a quell'Assenza che diviene vera Presenza...
 

14.3.13

La Mano che sbarra- Parte prima

Avendo praticato,a suo tempo, Wing chun, Choy li Fut e, soprattutto, Tang Lang Quan, penso di essermi fatto un'idea abbastanza chiara dell'approccio al combattimento dei metodi di tradizione Shaolin.
Tuttavia, solo entrando in contatto col Lanshou Quan (boxe della mano che sbarra) ho potuto tirare le fila di tutto quel lavoro, scoprendo un sistema che, aldilà d'una semplicità disarmante, sintetizza alla perfezione tutte le caratteristiche dei cosiddetti metodi "esterni" lasciando, allo stesso tempo, la strada libera allo sviluppo delle potenzialità "interne".

Il Lanshou, diffuso principalmente nella zone di Tainjin e Shanghai,si presenta, come ho già detto, sotto le (mentite) spoglie di uno stile eminentemente"classico",cioè basato su calci e pugni a distanza medio\lunga, e anche un po'insignificante da un puntodi vista estetico, se paragonato alla maggior parte dei sistemi con cui è "imparentato". Le sue tecniche, infatti, sono lineari, semplici, con calci non troppo alti, posizioni non troppo basse e, in definitiva, nessun tipo di "fioritura".
Lanshou quan al porto di Ancona
Eppure, questo stile possiede una sua propria, ben precisa eleganza, fatta di sobrietà e precisione: per quanto apparentemente minimalista nell'aspetto, nel Lanshou quan non c'è spazio per le approssimazioni, e l'aspetto posturale di ogni posizione è curato in maniera a dir poco maniacale. Ed è proprio questa attenzione agli allineamenti strutturali a rendere possibile la strategia base del metodo,vale a dire quella di "fermare" coi propri colpi l'avversario lì dove si trova,quasi come gli si chiudesse in faccia un cancello(1). Infatti, l'aver costantemente il corpo "dietro" il colpo non fornisce a quest'ultimo soltanto pesantezza ma anche una solidità particolarmente "spigolosa" che lo rende simile a un vero e proprio cuneo(2).
In altre parole,è come se il Lanshou quan riflettesse in qualche modo una strategia simile a quella della falange oplitica,la cui forza d'urto (attiva o passiva) dipende dalla perfetta coordinazione degli elementi da cui è costituita la falange stessa. Infatti, in battaglia,le possibilità di vittoria di una falange (o di un quadrato di picchieri) dipendono in primo luogo proprio dalla capacità di mantenere lo schieramento,contro il quale le cariche del nemico finiscono per infrangersi,praticamente infilzandosi da sole.



continua




Note:

(1)Uno dei significati del carattere "lan" è proprio cancello,palizzata
(2)Si tratta di un concetto che, con le dovute differenze, ricorda quello del Wing Chun

12.11.10

Arcana artis

Da sempre, in tutte le tradizioni marziali si sente parlare di fantomatici "segreti" dalla cui conoscenza dipenderebbero, oltre ad un ingresso trionfale nell'Empireo dei combattenti,eccellenza ed imbattibilità.Segreti quanto mai elusivi che,neanche a dirlo, parrebbero starsene quasi sempre sul sottilissimo confine oltre il quale si stende il Maremagnum della speculazione astrusa o della fantasia più sfrenata, ma di cui nessuno si sognerebbe di dubitare,in quanto assolutamente,indubitabilmente reali. Reali perchè esistono davvero, anche se temo siano ben diversi dalle elucubrazioni dei baldi  ed assidui naviganti nell'oceano di cui sopra,visto che non si tratta affatto di "segreti", se non in base al principio che fa dell'essere in piena vista il migliore dei nascondigli. Detto in altri termini,chiunque vada aspettandosi arcane rivelazioni,rimane a dir poco sbigottito e forse deluso, quando ottiene da un (autentico) Maestro la spiegazione corretta di uno di questi "segreti"  : sentirsi sempre richiamare al buonsenso,alla logica o alla semplicità può essere quasi fatale,a persone simili. Citando per l'ennesima volta gli antichi alchimisti, il vero Segreto dell'Arte(e,quindi, di ogni arte) è "lavoro di donne e gioco di bambini",che opera per mezzo di una visione penetrante del Creato e delle Leggi che lo regolano,appunto, in quanto Cosmo, e non certo tramite misteriose rivelazioni che da questo Cosmo dovrebbero,chissà come,allontanarci e condurci "altrove". Siamo sempre lì: non è lecito "scappare",mai. La Realtà è il punto di partenza,e solo da essa è possibile, conoscendone le Leggi profonde, risalire e comprendere.

16.2.10

Fondatori leggendari e fondatori storici

E' una caratteristica comune a molte culture, quella di cercare di dar lustro alla tradizione delle più svariate pratiche facendone risalire le origini ad uno o più fondatori divini, semidivini o comunque famosi e rispettati. In Grecia, ad esempio, gli apicoltori si rifacevano ad Aristeo,e i lavoratori della terra sostenevano che il primo di loro fosse stato nientemeno che Trittolemo (o Demofoonte)figlio di Demetra,mentre i viticoltori che non volevano rifarsi a Dioniso chiamavano in causa il biblico Noè.
Per quanto riguarda la cultura cinese,segnatamente nel campo delle Arti Marziali, si tratta da sempre di una vera e propria prassi.
Bisogna notare, comunque, che studi storici più o meno rigorosi riguardo le origini dei vari sistemi di Gong Fu sono decisamente recenti, e non se ne trovano di precedenti alla proclamazione della Repubblica, quindi non prima del 1912. Dopo quella data, alcuni veri e propri pionieri, come Tang Hao, decisero di intraprendere lunghi e spesso difficili viaggi alla ricerca di informazioni e praticanti validi di cui riportare la testimonianza, spesso nel luogo di origine dei vari sistemi. E così, a poco a poco, alcune delle genealogie più fantasiose iniziarono a scricchiolare, per quanto vi siano stati( e vi siano ancora) schiere di praticanti pronte a ribadirne la veridicità, anche al di là del buon senso.
E' abbastanza risibile il fatto che, al giorno d'oggi, per sdoganare e dunque vendere la propria Arte, per molti sia ancora necessario riferirla in maniera acritica a quel famoso generale o al monaco o all'Immortale di turno, e spacciare il tutto come "verità storica"(sempre che ne esista una).
In realtà, così facendo si continuano a spacciare frottole o fantasie,e ad alimentare nelle persone tutta una serie di "bisogni" psicologici che andrebbero invece scardinati e smontati pezzo per pezzo.

11.12.08

Lu

Per comodità ed abitudine siamo soliti tradurre il termine cinese Lu con "forma", con il quale indichiamo delle precise (e spesso standardizzate) sequenze di movimenti, la cui ripetizione indefessa costituisce il nucleo essenziale della pratica nella stragrande maggioranza degli stili di Gong fu, con rare e ben circostanziate eccezioni. Ma in realtà, così facendo, tendiamo a lasciarci sfuggire la dimensione più profonda del concetto, la quale dovrebbe guidare la pratica personale ben al di là del semplice accumularsi delle ripetizioni. Una traduzione più corretta di Lu suonerebbe all'incirca come l'italiano e il latino "via", o, con maggiore chiarezza, come l'inglese "way" , nella duplice accezione di "strada" e di "modo, metodo". E' sulla prima di queste accezioni, ossia quella del "percorso", che vorrei, tuttavia, concentrarmi: la pratica della "forma" è, in definitiva, una specie di "cammino" da percorrere e, ancor di più, da tracciare nello spazio, ricca di valenze simboliche, oltre che pratiche e funzionali allo sviluppo di determinate qualità fisiche e tecniche. Ciò è massimamente vero nel caso degli stili Nei Jia, le cui "forme" costituiscono, oltre che un preciso esempio di interpretazione del movimento, anche uno di lettura del Cosmo come tale.

La pratica del Taijiquan, ad esempio, è anche una vera e propria "narrazione cosmogonica", che prende mossa dal Non-Manifesto del Wuji (L'immobilità in attesa) e a questo ritorna dopo il suo manifestarsi attraverso il modo d'essere fondamentale delle cose illustrato dal movimento del Taiji. Nello Xinyi quan, invece, è la natura (Xin) dell'animale a rivelarsi attraverso il movimento umano, mentre nel Baguazhang lo è il continuo trasformarsi delle cose le une nelle altre.

La pratica della "forma", quindi, è in una certa misura collegabile alla deambulazione rituale lungo labirinti (come si faceva anche nell' Europa medievale in alternativa al pellegrinaggio o al Passagium in Terrasanta, ma che era nota anche nell'Antichità ed in svariati altri contesti), o alla molteplice varietà delle Danze Sacre universalmente diffuse.
Si tratta però, di un livello di pratica che presuppone parecchie cose, non tutte a buon mercato, quali il raggiungimento di una autentica quiete interiore (tanto nella testa quanto nel cuore, e che non è affatto quella specie di ottenebramento che molti immaginano), ed una confidenza con il gesto tale da renderlo libero da ogni forma intrusiva di controllo cosciente, e così via.
E dire che questo sarebbe il requisito minimo per intraprendere seriamente l'Opera...
Una cosa maggiormente comprensibile, sperimentabile anche a livelli relativamente bassi di pratica (e di impegno), è considerare l'idea della "strada" da percorrere come se si riferisse ad una vera e propria strada, non dico come quella che affrontiamo tutti i giorni , ma come quella dei cosiddetti "percorsi dell'anima" , capaci di generare quella particolare sensazione che ognuno di noi, a meno di non essere del tutto morto interiormente, percepisce attraversando luoghi amati o comunque legati a ricordi importanti. Intendo quella sensazione di meraviglia che sovviene notando, lungo il percorso fatto decine e decine di volte, un particolare, uno scorcio mai visto prima, che ci rivela di punto in bianco tutta una nuova serie di significati. Qualcosa di abbastanza simile ad un eureka, per certi versi.

Nella pratica delle "forme", penso proprio che valga lo stesso: l'attenzione ci cade su particolari totalmente ignorati fino a quel momento, e che ci permettono di comprendere le cose ad un livello superiore. In un certo senso, il perchè della "forma" è contenuto proprio nel suo come: dato che si tratta di gesti oggettivamente perfetti (per il fine cui si rivolgono), è la nostra capacità di ascolto a rendere possibile un apprendimento autentico, vivo ed assolutamente non meccanico. Capacità di ascolto che nasce dal lasciar fare al corpo, alle leggi fisiche e biomeccaniche che ne hanno determinato la struttura, e limitarsi ad osservare le reazioni corrette (o il perchè di quelle non corrette) di quello a queste, senza intervenire volontariamente. Il che è tutt'altro che facile, data l'inguaribile tendenza della mente umana a crearsi delle aspettative!
Ed è propriamente a questo che servono le numerose "passeggiate" lungo il percorso/forma, sempre che siano eseguite, come abbiamo detto, con consapevolezza ricettiva ed attenta, e non come un meccanico e monotono processo di ripetizione a memoria, dal quale è possibile ricavare, al massimo e se va bene, una qualche eccellenza formale, ma nessun valore trasformativo, nè applicativo.

27.9.08

Uno stile o tanti stili?

Uno degli argomenti più dibattuti tra i cultori di arti marziali è se convenga limitarsi a studiare approfonditamente un solo
stile, o se sia, invece, più utile cercare di apprenderne diversi.Personalmente, ritengo che lo studio di più sistemi non sia
soltanto da preferire, ma addirittura da incoraggiare,anche se con le dovute precisazioni.Innanzitutto, studiare più stili non significa certo fare, come spesso accade, incetta di forme od elementi tecnici di
svariata provenienza,affastellati gli uni agli altri ma privi di un filo conduttore ben definito e, di conseguenza,
difficilmente assimilabili da chi pratica.Questo , purtroppo, è un modo di fare tristemente diffuso, specialmente in Italia,
dove alcune delle scuole numericamente più importanti propongono allo studente programmi basati su una sequenza più o meno
arbitraria di forme (taolu) prese da vari stili,i quali non sempre condividono concetti similari( e quindi mutuabili), ma
paiono anzi scelti proprio in base alla loro eterogeneità.Al massimo, questi stili tendono a provenire dalla stessa area
geografica...Inutile dire che un approccio metodologico di questo tipo non può portare tanto lontano, se non dal punto di vista dei veri e
propri deliri di presunta onniscenza marziale da parte di buona parte degli adepti di queste organizzazioni, delle quali
però, è doveroso dirlo, non rappresentano certo gli elementi migliori. Con questo, comunque, non intendo dire che l'idea di fondo sia sbagliata, è sbagliato il non volersi appoggiare ad una base
ben definita, sulla quale innestare le conoscenze ulteriori.Per praticare più stili, è necessario conoscerne seriamente uno o due, conoscerli al punto di averne compreso i meccanismi
intrinseci e, soprattutto, essere riusciti a tradurli, più o meno bene, nella pratica effettiva. Bisogna quindi aver compreso
elementi fondamentali come, ad esempio, il modo di sviluppare e di trasferire la forza,l'uso ottimale del corpo,
l'atteggiamento tattico dello stile etc,e poi, coscienziosamente, aggiungere le caratteristiche degli altri sistemi.
Nel caso specifico degli stili Interni (Neijiaquan), di cui mi occupo principalmente, la cosa non è impossibile, e ,anzi, rappresenta quasi una prassi universalmente accettata: tutti i Maestri "top level" di Neijia, come Guo Ming (George) Xu o Qian Zhao Hong, tanto per citarne un paio a caso, sono esperti almeno nei tre metodi principali (Taijiquan,Xingyiquan e Bagua), e spesso ne conoscono più che discretamente anche altri...
Questo è facilitato (ma solo fino ad un certo punto) dal fatto che tutti questi sistemi, ed i loro affini meno diffusi come il Liuhebafaquan o il Tongbeiquan, si basano su un concetto del corpo e dei suoi rapporti con mente ed energia molto simile, sviluppato ed applicato, però, in maniera leggermente differente, in vista di specifiche strategie di combattimento. Quindi, il passaggio, o, meglio, l'integrazione tra di essi non presenta particolari problemi, sempre che almeno uno di questi stili sia stato sufficientemente "digerito" attraverso una pratica ed uno studio adeguati. Solo allora, ripeto, lo studiare un altro metodo diventa proficuo e quasi doveroso, in vista di una migliore comprensione dell'Arte nella sua globalità.

17.7.08

Gongfu


Parlare di Gongfu ( o Kung Fu, se preferite), è molto facile, dato che lo fanno praticamente tutti, almeno per quanto concerne le disquisizioni astratte o la trattazione più o meno partigiana di questo o quell'altro stile. E' molto più difficile parlare del "proprio" Gongfu, vale a dire di quanto si è compreso ed ottenuto attraverso la pratica individuale, ed ancor più lo è il farlo con la dovuta obiettività e franchezza. Gran parte dei praticanti, e ne ho conosciuti parecchi, tende ad evadere, con maggiore o minore abilità, la questione,preferendo di gran lunga dilungarsi in disquisizioni a volte bizantine sulla teoria degli stili o evocando le gesta di Maestri passati o presenti, come se la cosa potesse in qualche modo influenzare il loro processo di crescita. Processo che va (o dovrebbe andare...) avanti praticamente d'ufficio, quasi che la pura e semplice appartenenza ad una Tradizione fosse garanzia di chissà quali prospettive evolutive...E queste, manco a dirlo, sono le stesse persone dalle quali mi è capitato di sentirmi dire, ogni qualvolta mi saltasse in mente di parlare del Gongfu dall'unico punto di vista secondo cui avrei potuto parlarne con cognizione di causa (il mio),che erano solo opinioni personali, e quindi ininfluenti...
Polemiche a parte, il problema è semplicemente questo: visto che Gongfu indica un'abilità strettamente personale, ottenuta attraverso lo studio e l'applicazione in una o più Arti (quali che siano) e formatasi nel tempo, e non è quindi concetto riferibile esclusivamente alle Arti Marziali cinesi, (peraltro indicate più correttamente col termine Wushu),non è forse fuori luogo l'evitare così tenacemente di considerare la natura fondamentalmente "artistica" e quindi "espressiva"del Gongfu?Ovviamente, mi par perfino superfluo ribadirlo, è indispensabile un approccio assolutamente "scientifico" allo studio delle Arti Marziali, che deve essere oggettivo e, per quanto possibile, filologicamente corretto,ma questo non deve diventare una forma di formalismo sterile o, peggio ancora, di feticismo, se si vogliono, da un lato, garantire la crescita del praticante e ,dall'altro, mantenere viva l'Arte. E' necessario che ogni serio appassionato di Arti Marziali riesca a trovare il modo di trasformarsi attraverso lo o gli stili che pratica, diventando così un vero e proprio Artista Marziale. Ho conosciuto vari Maestri di uno stesso stile rendere la propria pratica assolutamente peculiare rispetto a quella dei "colleghi", senza però tradire lo spirito del metodo, arricchendolo anzi della propria esperienza e ricerca. Credo che uno dei motivi principali per i quali qui in Italia (ma non solo), siano così rari i veri e propri Artisti Marziali sia proprio questo, l'incapacità di vivificare un'Arte che viene appresa in maniera meccanica e, il più delle volte, sterile. Con questo, ad ogni modo,non intendo assolutamente giustificare od incoraggiare gli abusi di quanti "inventano" nuovi metodi scopiazzando qua e là, perchè la fedeltà alla Tradizione ( e le Arti Marziali di ogni parte del mondo sono parte della Tradizione) è fondamentale, sia dal punto di vista pratico( se le cose sono disposte in un certo modo, c'è sempre un perchè) sia da quello ideologico.Ma si tratta di una fedeltà che non deve essere mai cieca, deve anzi avere occhi ed orecchie ben aperte ed un cuore limpido, se si vuole che l'Arte Marziale autentica non si estingua o degeneri in sport o in pratica salutistica.