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15.9.19

Il Tai Ji Quan e la natura dell'acqua



Si sente dire che un'esecuzione corretta delle forme del Tai Ji Quan dovrebbe ricordare, agli occhi di chi osserva come al corpo di chi pratica, l'immagine dell'acqua e dei suoi molteplici aspetti.

Così, il fluire lento e ininterrotto da una figura (shi) all'altra potrebbe suggerire il placido serpeggiare delle anse d'un grande fiume nell'ultimo tratto di pianura, oppure rimandare all'inesauribile capacità plastica mostrata dall'acqua nell'assumere la forma dei più  svariati recipienti.

Oppure ancora, la sensazione di benessere diffuso che segue alla pratica intensa potrebbe suscitare il vago ricordo della frescura portata dall'esaurirsi d'un acquazzone estivo.

Tuttavia, questi ed altri consimili sono solo aspetti estrinseci, quasi triviali o comunque "visibili" della natura dell'acqua, la quale, invece, nel suo rapporto con il Tai Ji Quan tende a  presentarne ben altri, legati alla sua componente più oscura e pericolosa, quella abissale e "nascosta".

Non a caso, infatti, uno degli Otto Jin fondamentali è Ji (premere) , associato al trigramma Kan del Libro dei Mutamenti ( Yijing) il quale, appunto, si riferisce proprio all'acqua.

Ma di che natura è, precisamente, l'acqua che viene indicata da Kan? Kan viene definito l'"abissale", con riferimento non tanto all'insondabilità, quanto alla profondità, non disgiunta da una certa nozione di pericolo imminente ma vago e dissimulato da un'apparenza tranquilla e rassicurante.

 Cosa che, in effetti, vien rivelata dalla stessa conformazione del trigramma: Kan è caratterizzato da una linea intera Yang tra due linee spezzate Yin, quasi a ricordare l'enorme potenza che l'acqua cela dietro la sua apparente debolezza.

Ed è proprio questo l'aspetto della natura dell'acqua a poter essere collegato più correttamente al Tai Ji Quan, tanto che è possibile incontrarlo a tutti i livelli in cui lo si voglia considerare.

 Ad un livello estremamente generale, per esempio, si rivela nell'apparente, inoffensiva gentilezza dei movimenti, che ad un profano possono sembrare perfino estranei a ciò che comunemente viene definito "combattimento", mentre la reale potenza del Tai Ji Quan si rivela solo al momento del contatto con l'avversario, come pure la razionale efficacia (e spietatezza) delle sue applicazioni.

Anche il fatto di affidarsi alla Forza Interna (nei jin) piuttosto che a quella bruta, si riferisce allo yang nello yin, col corpo "morbido" fuori ma "forte" dentro, il che richiama immediatamente un'altra delle classiche immagini collegate al Tai Ji Quan, ovvero quella della sbarra di ferro avvolta nel cotone.

In definitiva, si potrebbe dire che il Tai Ji Quan come l'acqua riflette, dissimula e si adatta, mutando il proprio stato ma non la sua natura profonda e "abissale"...

31.7.12

Caduta

L'Uomo ha sempre percepito, per quanto in maniera assolutamente difforme a seconda delle epoche e delle varie culture, un acuto e dolente senso di nostalgia per un'antica perfezione irrimediabilmente perduta, quando era simile agli Dei e tutto ciò che esiste pareva creato apposta per lui. Paradiso, Età dell'Oro, regno di Saturno...sono tutte metafore che indicano questa condizione di totale armonia con il Kosmos dalla quale ci si è trovati bruscamente separati, probabilmente fino alla fine del Ciclo Cosmico, ovvero del Tempo com'è in grado di raffigurarselo la mente umana. E questa brusca separazione, a sua volta, prende varie sembianze a seconda delle tradizioni di cui ci è rimasta eco: in Occidente, la si percepisce per lo più come una Caduta, causata dall'insipienza umana, come nel racconto biblico, oppure, come volevano i greci, dall'invidia (phtonos) divina, preoccupata per l'eccessivo potere dell'uomo "perfetto". In entrambi i casi, si tratta di un fatto che letteralmente strappa l'uomo dalla sua condizione semidivina e lo scaglia nel Kosmos di cui fatica a comprendere le Leggi e ad armonizzarvisi, ridotto alla miserabile condizione di esule "mangiatore di pane" (brotos), costretto per sopravvivere alla maledizione del lavoro e della sofferenza. In Oriente, la percezione della Caduta è altrettanto forte, però la si è concepita più come un progressivo "materializzarsi" della condizione umana, in cui l'uomo diventa sempre più cosa, sempre più simile alla materia bruta e inerte. Per inciso, è da notarsi come questo avvenga non tanto per una"semplificazione" della natura dell'uomo, quanto per una vera e propria sclerosi. Si tratta di una spirale discendente: man mano che procede nella Caduta, la natura umana diventa a poco a poco come la chiglia d'una vecchia nave, tutta incrostata di cirripedi, e, degradandosi,  rimane soffocata dalla fanghiglia della bassa materialità, diventando sempre più schiava delle Leggi cosmiche cui dovrebbe,per essere degnamente al suo posto, armonizzarsi, e che invece le suonano sempre più estranee e incomprensibili. Infatti, man mano che l'uomo perde la piena coscienza di sè,questo "ispessimento" procede, aumentando in maniera esponenziale i punti di riferimento esterni all'uomo in quanto tale. Nascono così sia la religione dogmatica che stupra l'anima sia la tecnocrazia che stupra la terra, mentre l'uomo, per quanto si senta protervamente potente, è sempre più debole e decaduto, nonchè eterodiretto dal burattinaio di turno.
La caduta è questo, la perdita del senso del Limite sia in eccesso che in difetto, nonchè l'esser sballottati senza requie tra l'uno e l'altro opposto, inseguendo fantasmi ma perdendo nello stesso istante il terreno sotto i piedi.
Credo, come spesso ho detto e continuerò a fare,che l'unico antidoto sia iniziare  a camminare a ritroso, spogliandosi a poco a poco, fino a ritrovare la Maestà Tremenda propria dell' Essere Nudo,il Vijñana Bhairava. Nudo, sì, ma privo della vergogna dei progenitori che si videro costreti ad aggiungere altro da sè sotto forma di foglie, che più che coprire iniziarono a velare, precipitando nel baratro del denso e dell'ottuso.

17.10.10

Cos'è Yin, cos'è Yang

Quando un termine che indica un concetto, tradizionale o meno, finisce sulla bocca di tutti, a poco a poco finisce per perdere prima forza (denotativa e suggestiva),poi chiarezza ed infine s'immiserisce in parolone fatalmente impiegato a vanvera.
Per citarne alcuni, penso a "Virtù", che da qualità propria del VIR, l'Uomo, si è vista ridurre a pruriginosa guardiana de " l' Onore" (altro celebre declassato...) di donne e donzelle di stirpe più o meno dabbene.Oppure, per rimanere nel pruriginoso, la Sublimazione, che da procedimento degli antichi seguaci d'Ermete è finita ad indicare un buon metodo,socialmente parlando, per indirizzare a più nobili vette l'esuberanza libidica di tanti bravi giovanotti e signorine.. 
Se questo è potuto avvenire di termini che possiamo rivendicare come"nostri"se non altro dal punto di vista della continuità linguistica e culturale,sarà fin troppo facile figurarsi il destino di termini che,pur indicando concetti a noi ben noti sotto altra forma,ci vengono da lontano.
Tra questi, il Ritmo cosmico dello Yin|Yang, come pure il simbolo grafico che lo illustra (Tai Ji Tu,volgarmente noto come "tao"),è uno di quelli maggiormente immiseriti. Senza contare il fraintendimento generale,che fa di una polarità un'opposizione, si sente non poche volte dire,a proposito di un determinato oggetto, che "è Yin" oppure "è Yang". Questo,data l'ancora scarsa diffusione dei termini Yin e Yang,avviene non tanto nel parlare comune quanto,ed in maniera ancor più sconfortante, proprio negli ambienti nei quali sarebbe naturale supporre un loro utilizzo corretto.Sembra quasi, anzi, che stia proprio lì ad annidarsi,quasi sempre in buona fede, un bisogno quasi disperato di rubricare nelle categorie da poco  acquisite qualsiasi oggetto,persona o tecnica.
Ci si trova di fronte ad un disperato tentativo di ancorare,o meglio ancora di significare convulsamente le cose per sottrarle al suolo infido della percezione abituale e imposta, che costantemente vorrebbe obbligarci a privare i fenomeni di ogni valore intrinseco,dissolvendoli in una nuvola fetida e appiccicosa fatta di quantificazione e valori socialmente condivisi...