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2.9.20

Perché sì.



 Ogni anno, quando l'estate ormai agli sgoccioli tenta di riportarmi in qualche modo all'ordine, m'assale il dilemma se sia davvero il caso di riprovarci, di continuare a insistere nonostante l'esperienza e l'evidenza abbiano già da tempo emesso il loro asciutto verdetto:

a nessuno importa veramente.


Ed è proprio così, me ne sono fatto una ragione da lungo tempo, e dubito vivamente che le cose possano cambiare, almeno in tempi brevi.


"Perché insisti, allora?", mi sento immancabilmente chiedere.


"Perché sì", mi sento immancabilmente rispondere...


6.11.19

Un vero insegnante di Gongfu non dovrebbe mai presentarsi troppo riposato ai propri allievi.

Sono convinto che un vero insegnante di Gongfu non dovrebbe mai presentarsi troppo riposato ai propri allievi.

E questo vale ancor di più per chi lo fa da professionista: l'allievo che arriva al corso sfinito dal lavoro o dalle incombenze familiari non ha affatto bisogno di trovarsi davanti un bellimbusto fresco come una rosa che, tutto sorrisetti e serenità, si metta magari a pontificar di "duro lavoro" o a rimarcargli una presunta mancanza d'impegno.

Ha bisogno di rispetto, se mai,visto che al corso c'è comunque venuto, ma soprattutto ha bisogno di trovare nel suo insegnante qualcuno in grado di dimostrargli concretamente come ci si possa applicare a questo "duro lavoro" nonostante la stanchezza o lo scoramento, e anzi proprio attraverso il superamento di questi, perché, con buona pace del marketing, il Gongfu non è una forma di "evasione", ma un autentico percorso di "trasformazione", per giunta scomodo e niente affatto indolore.

Per questo credo che un insegnante non possa mai farsi sconti, e anzi debba raddoppiare gli sforzi nella propria pratica personale, anche a costo di arrivarci lui sfinito a lezione...

E più di ogni altra cosa non deve mai dimenticare come l'allievo abbia bisogno sì dell'esperienza e della qualità dell'insegnante, ma anche del suo esempio vivo e presente di essere umano che, seppur su un altro piano, deve fare i conti con le medesime difficoltà e problemi, e continua ad affrontarli.

In fondo, non è questo l'unico vero insegnamento?



20.9.19

Il palo e l'albero


A volte, una traduzione troppo letterale dei termini tecnici delle Arti Marziali può rivelarsi riduttiva e, nei casi limite, persino fuorviante. Questo avviene qualora la traduzione si riveli incapace di rendere fino in fondo lo spirito corretto col quale ci si deve accostare all'esercizio o al principio indicati, rendendo vani, o comunque assai meno proficui, mesi  se non anni di pratica.

Lo Zhan Zhuang è, senza dubbio, uno di questi casi limite.

Metodica di Qigong pressoché universale nei vari stili interni, di alcuni rappresenta il cuore stesso della pratica (Yiquan, alcune scuole di Xingyiquan), e consiste, semplificando non poco, nel mantenere per un determinato tempo alcune posizioni statiche, in primo luogo in piedi ma anche seduti o sdraiati .

Volendolo rendere in italiano, Zhan Zhuang dovrebbe suonare più o meno come "star piantati come un palo", ma purtroppo nei fatti finisce invece ad assomigliare piuttosto spesso all'idea dello "starsene impalati".

Questo avviene perché anche un metodo così sofisticato  per affinare la "presenza"(Shi) interna e scoprire il proprio corpo con le sue numerose interrelazioni fisiche ed energetiche, rischia di diventare inutile se non addirittura di trasformarsi in una vera e propria tortura, in particolar modo per i principianti, qualora ci si accosti all'esercizio con l'atteggiamento yi sbagliato, ossia in modo arido, meccanico e quantitativo, limitandosi fatalmente al suo aspetto superficiale e dunque "esterno".

Commettere errori di questo tipo è molto facile, specialmente all'inizio, quando la consapevolezza di cosa sia realmente la pratica interna porta ancora a cercare altrove quello che abbiamo proprio sotto il naso. Ma questo, di solito, è un problema che tende a sparire da solo, perseverando e ricevendo al momento opportuno le giuste indicazioni.

Ma queste indicazioni, che dovrebbero riguardare più l'atteggiamento psicofisico globale (ossia i rapporti corretti tra yi -qi-li), troppe volte vengono sostituite da generiche esortazioni a una  perseveranza vagamente asinina oppure da pretese di adeguamento a geometrie più o meno corrette ma rigorosamente codificate cui adeguarsi in maniera passiva.

Immagino non sia necessario ribadire come il rispetto delle corrette geometrie sia indubbiamente fondamentale nella fase di comprensione biomeccanica, ma allo stesso tempo è bene ricordare come tutto ciò non debba mai diventare una gabbia in cui soffocare la naturale crescita della percezione e della consapevolezza del praticante: in fondo, continua a sembrarmi assai più saggio guardare all'albero che cresce sempre in funzione della luce a cui tende anziché all'inerte palo...


13.9.19

Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?

Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?

Agli occhi degli addetti ai lavori, questa potrebbe senz'altro sembrare una domanda oziosa ma, data la frequenza con cui me la sento rivolgere
, credo sia opportuno spendere qualche parola al riguardo.

Innanzitutto, v'è da dire che si tratta di un fraintendimento, perché il Tai Ji Quan NON si pratica solo "lentamente",se non in particolari momenti del percorso di crescita del praticante e sempre per delle ragioni didattiche ben precise.

Infatti, essendo il Tai Ji Quan per definizione una disciplina basata sul mantenimento dinamico dell'equilibrio degli opposti (Yin\Yang,morbido\duro,lento\veloce,contrazione\espansione etc), quando ci si ritrova ad enfatizzare uno di questi  rispetto all'altro lo si fa unicamente in maniera estemporanea e strumentale al fine di comprenderlo meglio nella sua essenza(isolandolo) oppure per coglierne il "mutamento" nel suo opposto.

Il che vale a dire, in termini semplici, che la lentezza viene appunto isolata per comprendere il suo diventare rapidità, e viceversa. E questo non dovrebbe stupire, trattandosi di un tipo di didattica esperienziale e non nozionistica, il cui fine è la comprensione istintiva, non mediata dei principi trattati che divengono così "vivi" nella pratica.

Tuttavia, ciò non toglie che molti insegnanti in aperta malafede calchino volutamente la mano sull'aspetto della lentezza per mascherare le proprie manchevolezze in altri campi, ma questa è un'altra storia...

12.1.14

Fastidio

Poche, pochissime cose sono in grado di irritarmi quanto il termine "marzialista". Aldilà della sonorità volgare e della mia sempre più acuta intolleranza verso gli -ismi, ogni volta che mi capita la sventura di leggerlo da qualche parte m'appaiono ineluttabilmente un volto paonazzo e sudaticcio, avvitato alla bene e meglio su un corpo inflaccidito, oppure uno smunto, cadaverico eppur famelico, e con gli occhi da serpe. Immagini orride, ne convengo, e del tutto aliene,almeno in teoria, a quel che dovrebbe essere l'immagine d'un praticante d'arti marziali, ma mio malgrado rappresentano una robusta porzione di quelli che si dicono "appassionati", e che mai si lasciano sfuggire l'occasione di discettare sull'argomento. Infatti, la prima cosa a cui penso, leggendo buona parte degli interventi sui social networks, è se gli autori si siano mai presi la briga di allenarsi sul serio almeno un paio di volte nel corso  della loro "carriera"...

31.7.12

Il Qigong più adatto alla pratica del Tai Ji Quan\1

Fortunatamente, ormai pochissimi presumono di potersi dedicare all' insegnamento del Tai Ji Quan senza includere un lavoro di base che comprenda una qualche forma di Qi Gong per mezzo della quale preparare il corpo dello studente e iniziare a "riattivarlo" dal punto di vista energetico.
Nonostante questo fatto indubbiamente positivo, sono convinto che nella maggior parte dei casi vengano fatti praticare dei metodi i quali, per quanto utili e senza dubbio importantissimi per uno sviluppo davvero globale del praticante, nel caso specifico della preparazione al Tai Ji Quan non si presentano certo come la scelta migliore e, anzi, spesso possono rivelarsi delle autentiche perdite di tempo . Questo dipende dal fatto che la maggior parte degli insegnanti in circolazione (compatibilmente con la degenerazione ormai irreversibile della percezione stessa del Tai Ji Quan) , si è formata su delle metodiche volutamente generiche, ricavate per lo più nell'ambito della cosiddetta scuola "medica"del Qi Gong e quindi deputate in primo luogo al mantenimento della salute e alla prevenzione della malattie piuttosto che alla preparazione di un combattente. Ovviamente, l'introduzione di siffatti i metodi  sarebbe tutto tranne un male, in sé, e potrebbe davvero aiutare moltissimo gli studenti, in particolar modo coloro, e non sono mai la minoranza,in una classe, i quali presentano più o meno gravi problemi fisici o evidenti blocchi energetici, però non aggiunge granché alla pratica del Tai Ji Quan in quanto tale. Il Tai Ji Quan,va ribadito, pur tralasciando per un momento il pressoché infinito numero di contesti nei quali sia possibile introdurlo e\o integrarlo, rimane un  Quan Fa, un metodo di combattimento, e come tale per essere praticato a dovere necessita di  una serie ben precisa di requisiti fisici, psicologici ed energetici  culminanti  nel Nei Jin, che devono essere coltivati attraverso un lavoro assolutamente specifico e mirato. Il Nei Gong,inteso come percorso graduale di presa di coscienza e di ripristino delle varie "forze",rappresenta al meglio questo tipo di lavoro specifico e mirato, sviluppando quasi impercettibilmente proprio quei requisiti di cui  si parlava sopra, e trasformando a poco a poco il praticante. I tendini,i legamenti, il sistema delle fasce...tutto viene isolato, sistemato e infine coordinato al resto, riportando le cose a ciò che erano prima eppure diverse da prima.
Ma questa "diversità"non consiste certo nell'acquisizione di qualcosa che prima non c'era, quanto nel ripristino delle potenzialità insite nella struttura fisica,energetica o nel processo mentale volta per volta esaminato, che viene perciò mondato dall'impurità accomulate dal tempo,dagli errori e dalla decadenza. E' una sorta di ri-generazione a tutti i livelli, a partire dalle quale è possibile iniziare la vera Pratica( in cui la potenzialità diviene atto), e non un suo scimmiottamento inefficace e francamente volgare.
Ma in che modo si struttura, questa ri-generazione attraverso il Nei Gong?

continua...

27.4.11

Canne e volpi

Quando arriva un nuovo studente,pur sapendo di frustrare ineluttabilmente le sue aspettative,cerco quanto prima di metterlo al corrente del fatto che,da me, difficilmente apprenderà delle"tecniche" ,e che di"mosse" non ne esistono affatto. Sorvolando sul fatto dell'assurdità del concetto di "mossa",sul quale ci si potrebbe divertire non poco disquisendoci sopra (e non è detto che,prima o poi, non mi venga in mente di farlo), è patente il fatto che,nonostante una maggior facilità di accesso alla materia in questione, la gente tenda ancora oggi a considerare l'arte marziale un insieme di elementi dati da apprendere e dar definitivamente per acquisiti non appena se ne abbia un'idea quanto meno approssimativamente chiara. Se va bene.
Questa concezione è,neanche a dirlo, assolutamente fuorviante, e tende a ingabbiare lo studio delle arti marziali in uno schematismo nozionistico riduttivo e soffocante, come se si trattasse di una delle tante "abilitazioni" che al giorno d'oggi si è soliti conseguire, le quali vengono ineluttabilmente confuse con la reale competenza nel particolare campo cui si riferiscono.
Forse anche per colpa di questa prassi a mio dire nefasta, la stragrande maggioranza degli studenti, o aspiranti tali, si presenta proprio con questi presupposti in testa, e molte volte non riesce a staccarsene, finendo per abbandonare la pratica "seria" e farsi invece abbindolare presso lidi più "confortanti" o maggiormente in linea con le aspettative.
In realtà costoro, per rifarsi ad un celebre apologo, si incaponiscono alla ricerca dei dispensatori di pesci, fuggendo invece da chi si propone d'insegnar loro l'uso della canna o della rete: si aspettano sempre di "aggiungere" bulimicamente qualcosa a ciò che già sanno o ritengono di sapere, senza accorgersi che,rimanendo nei vecchi schemi, le nuove acquisizioni rimangono lettera morta, potenzialità che non si riescono a esprimere a causa dell'inadeguatezza di fondo che i suddetti ben si guardano dal riconoscere e correggere. Finendo poi, come spesso sento,  per incolpare e bollare come "inutili" od "obsolete" proprio quelle cose che desideravano tanto apprendere, mostrandosi, in questo, del tutto simili alla volpe d'un'altra storiella ben conosciuta, e troppo spesso dimenticata.

15.4.10

Formalismo

Chi mi conosce sa bene quanto stia sempre attento ad evitare, nelle mie lezioni, tutti i formalismi inutili,gli automatismi verbali o gestuali che spesso vengono confusi con l'autentica etichetta marziale. E sa anche,o  almeno dovrebbe sapere, che ciò non dipende affatto da un'incomprensibile propensione alla sciatteria o a quella detestabilissima ed indiscriminata informalità alla quale siamo condannati dalla volgarità imperante (e che ha condotto alle soglie dell'estinzione le più elementari forme di cortesia),oppure da mancanza di rispetto per gli Antenati, bensì dal mio cronico bisogno di far chiarezza.Come mi è toccato già di ribadire più e più volte, qui sul blog o altrove, la maggior parte delle persone che intraprendono questo od altri cammini lo fa perchè in cerca proprio di quei punti fermi (etici, ideologici,iconici) che sono stati letteralmente atomizzati dal paradigma attuale e dal suo onnipresente e fastidiosamente compiaciuto rictus, e dei quali sentono,magari senza rendersene conto, un disperato bisogno.E proprio in virtù di questo bisogno, tendono pressochè invariabilmente a farsi abbindolare da tutta la serie di gesti, riti e musichette assortite che, il più delle volte,finisce per catalizzare l'attenzione di questi(spesso) ingenui"cercatori",a tutto danno di ciò che realmente conta, ossia l'insegnamento stesso.
Sarò eccessivamente maligno,forse, ma in base alla mia esperienza posso dire che molte volte si tratta proprio di questo:fornire una sorta di cornice suggestiva,esotica e possibilmente nebulosa nella quale inquadrare i neofiti, dar loro un senso di appartenenza e,cosa ancora più importante, farli sentire "un gruppo". Senza scendere in discussioni noiose sulle dinamiche di gruppo (e su come queste possano essere sfruttate),mi preme far notare una semplicissima cosa: che valore de-condizionante può avere un percorso che si limita a sostituire con quattro esotismi di bassa lega la spontanea nascita di un rapporto autentico tra insegnante ed allievi, e tra allievi ed allievi,fondamento imprescindibile per un'autentica trasmissione dell'Arte?