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30.12.22

 


Checché se ne dica, giunti a un certo punto quel che si dovrebbe andar cercando attraverso la Pratica non è più il mero ottenimento di questa o quella qualità bioenergetica, bensì la capacità di Vedere da un punto di vista diverso, che sappia porsi oltre, superandoli, ogni contrapposizione e contrasto.

E' infatti una Visione quella che dovrebbe essere cercata, uno Sguardo simile a quello dell'Aquila, che pur volando alto riesce ad abbracciare tutto e, allo stesso tempo, non esita a piombar lestamente giù per inchiodare e straziare ciò che ha scelto come preda.

Però i più preferiscono continuare a darsi ad altro, e mostrar così di non aver compreso affatto proprio quel Principio che a loro par tanto bello scomodare...

2.9.20

Perché sì.



 Ogni anno, quando l'estate ormai agli sgoccioli tenta di riportarmi in qualche modo all'ordine, m'assale il dilemma se sia davvero il caso di riprovarci, di continuare a insistere nonostante l'esperienza e l'evidenza abbiano già da tempo emesso il loro asciutto verdetto:

a nessuno importa veramente.


Ed è proprio così, me ne sono fatto una ragione da lungo tempo, e dubito vivamente che le cose possano cambiare, almeno in tempi brevi.


"Perché insisti, allora?", mi sento immancabilmente chiedere.


"Perché sì", mi sento immancabilmente rispondere...


11.3.20

Rebus sic stantibus, anche le nostre attività, sia ufficiali (corsi) che ufficiose (lezioni private e pratica "underground"),sono ahimè sospese fino a nuovo ordine.
Ciò nonostante, ricordo ad allievi, collaboratori e simpatizzanti vari che il lavoro individuale non deve essere affatto interrotto, e che anzi questo periodo di pausa forzata dovrebbe essere vissuto come una sorta di "digestione" del materiale appreso, da dedicare in primo luogo all'aspetto personale e intimo della pratica.
Dal canto mio, resto a disposizione (virtuale) per eventuali richieste di chiarimenti, consigli e quant'altro possa essere ritenuto d'aiuto nel corso di questa sospensione forzata, magari provando, se ne avrò la possibilità, a far uscire anche un po' di nuovo materiale di supporto.

Per il resto, restate sempre saldi e lucidi...

A presto,

Remo

12.10.19

Non amo molto l'uso bolso e didascalico delle immagini, che finisce per ridicolizzare la realtà irrigidendola in tautologia, ottenendo al massimo di rallentarne per un poco l'inesorabile discesa nell'oblio.

E questo è particolarmente vero per quanto riguarda la pratica interna, che per la natura irripetibile  del suo "momento" (kairòs) , non può essere "fissata" se non al prezzo di gravi mutilazioni nella forma e nella sostanza.

Purtroppo, però, vivendo nostro malgrado in una società incentrata in maniera pressoché esclusiva sull'immagine, a volte ci si trova costretti a scendere a compromessi, foss'anche solo per semplice e prosaica "necessità professionale"e bisogna quindi provare a "fissare" in qualche modo ciò che non potrebbe essere "fissato"...

11.10.19

Tao

Tao, più correttamente Dao, è seguire una musica che non si può sentire, danzando coi capelli sciolti, mentre ogni passo misura il Cosmo e traccia segni di Potenza.
E' tutto qui: non c'è dieta né dottrina, solo un tumulto, una slavina che rimette insieme il Tutto dopo averlo frammentato, un pulsare ritmico che divora e sgrava forme sempre nuove...

15.9.19

Il Tai Ji Quan e la natura dell'acqua



Si sente dire che un'esecuzione corretta delle forme del Tai Ji Quan dovrebbe ricordare, agli occhi di chi osserva come al corpo di chi pratica, l'immagine dell'acqua e dei suoi molteplici aspetti.

Così, il fluire lento e ininterrotto da una figura (shi) all'altra potrebbe suggerire il placido serpeggiare delle anse d'un grande fiume nell'ultimo tratto di pianura, oppure rimandare all'inesauribile capacità plastica mostrata dall'acqua nell'assumere la forma dei più  svariati recipienti.

Oppure ancora, la sensazione di benessere diffuso che segue alla pratica intensa potrebbe suscitare il vago ricordo della frescura portata dall'esaurirsi d'un acquazzone estivo.

Tuttavia, questi ed altri consimili sono solo aspetti estrinseci, quasi triviali o comunque "visibili" della natura dell'acqua, la quale, invece, nel suo rapporto con il Tai Ji Quan tende a  presentarne ben altri, legati alla sua componente più oscura e pericolosa, quella abissale e "nascosta".

Non a caso, infatti, uno degli Otto Jin fondamentali è Ji (premere) , associato al trigramma Kan del Libro dei Mutamenti ( Yijing) il quale, appunto, si riferisce proprio all'acqua.

Ma di che natura è, precisamente, l'acqua che viene indicata da Kan? Kan viene definito l'"abissale", con riferimento non tanto all'insondabilità, quanto alla profondità, non disgiunta da una certa nozione di pericolo imminente ma vago e dissimulato da un'apparenza tranquilla e rassicurante.

 Cosa che, in effetti, vien rivelata dalla stessa conformazione del trigramma: Kan è caratterizzato da una linea intera Yang tra due linee spezzate Yin, quasi a ricordare l'enorme potenza che l'acqua cela dietro la sua apparente debolezza.

Ed è proprio questo l'aspetto della natura dell'acqua a poter essere collegato più correttamente al Tai Ji Quan, tanto che è possibile incontrarlo a tutti i livelli in cui lo si voglia considerare.

 Ad un livello estremamente generale, per esempio, si rivela nell'apparente, inoffensiva gentilezza dei movimenti, che ad un profano possono sembrare perfino estranei a ciò che comunemente viene definito "combattimento", mentre la reale potenza del Tai Ji Quan si rivela solo al momento del contatto con l'avversario, come pure la razionale efficacia (e spietatezza) delle sue applicazioni.

Anche il fatto di affidarsi alla Forza Interna (nei jin) piuttosto che a quella bruta, si riferisce allo yang nello yin, col corpo "morbido" fuori ma "forte" dentro, il che richiama immediatamente un'altra delle classiche immagini collegate al Tai Ji Quan, ovvero quella della sbarra di ferro avvolta nel cotone.

In definitiva, si potrebbe dire che il Tai Ji Quan come l'acqua riflette, dissimula e si adatta, mutando il proprio stato ma non la sua natura profonda e "abissale"...

13.9.19

Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?

Perché il Tai Ji Quan si pratica "lentamente"?

Agli occhi degli addetti ai lavori, questa potrebbe senz'altro sembrare una domanda oziosa ma, data la frequenza con cui me la sento rivolgere
, credo sia opportuno spendere qualche parola al riguardo.

Innanzitutto, v'è da dire che si tratta di un fraintendimento, perché il Tai Ji Quan NON si pratica solo "lentamente",se non in particolari momenti del percorso di crescita del praticante e sempre per delle ragioni didattiche ben precise.

Infatti, essendo il Tai Ji Quan per definizione una disciplina basata sul mantenimento dinamico dell'equilibrio degli opposti (Yin\Yang,morbido\duro,lento\veloce,contrazione\espansione etc), quando ci si ritrova ad enfatizzare uno di questi  rispetto all'altro lo si fa unicamente in maniera estemporanea e strumentale al fine di comprenderlo meglio nella sua essenza(isolandolo) oppure per coglierne il "mutamento" nel suo opposto.

Il che vale a dire, in termini semplici, che la lentezza viene appunto isolata per comprendere il suo diventare rapidità, e viceversa. E questo non dovrebbe stupire, trattandosi di un tipo di didattica esperienziale e non nozionistica, il cui fine è la comprensione istintiva, non mediata dei principi trattati che divengono così "vivi" nella pratica.

Tuttavia, ciò non toglie che molti insegnanti in aperta malafede calchino volutamente la mano sull'aspetto della lentezza per mascherare le proprie manchevolezze in altri campi, ma questa è un'altra storia...

10.9.19





A breve ricominceranno le mie lezioni di Tai Ji Quan stile Chen, Xinyi dei 10 animali, Nei Gong e Qi Gong presso le sedi di Movimento E Fantasia.

Astenersi perditempo e creduloni ;)

29.1.16

Partecipare ad una classe di Taijiquan vuol dire fare una pratica "spirituale"?

Partecipare ad una classe di Taijiquan vuol dire fare una pratica "spirituale"?

A qualcuno non piacerà, eppure la risposta è NO.

E questo, in primo luogo, è perché , nonostante ne siano possibili e auspicabili delle letture in tal senso, il Taijiquan NON è una pratica "spirituale".

E' un'arte marziale.

Non è Qigong o meditazione, e farlo passare per tale, seppur in buona fede, è una frode,

Detto questo, va ricordato che la formula della classe, specie se numerosa, porta alla creazione di alcune tipiche dinamiche di gruppo, come l'abbassamento del livello di presenza individuale e l'armonizzazione al ribasso di quello energetico, entrambi fattori decisamente poco compatibili con una pratica che si voglia realmente "spirituale".


Eppure, per tantissimi praticanti, tra cui chi scrive, il Taijiquan viene percepito e vissuto ANCHE
in una dimensione "spirituale", specialmente quando si voglia affrontarlo seriamente e senza sconti.

Ma questo non può avvenire se non attraverso lunghe e possibilmente estenuanti sessioni di pratica individuale: fuori dal gruppo, soli con quel che si è riusciti ad apprendere, siamo costretti a scavare in profondità e senza la possibilità di nascondersi dietro gli altri o di seguirne la scia emotiva.

E questo è l'inizio di ogni pratica veramente "spirituale"...

11.4.15

Non "non-peng"

Un particolare essenziale nella pratica del Tai ji Quan è la comprensione della natura dei rapporti tra gli opposti jin di peng e di lu, vale a dire tra l'opporsi e il cedere.

Si potrebbe anche dire che peng e lu rappresentino l'esemplificazione dei due principi Yang e Yin, dei quali il Tai Ji dovrebbe essere l'armonizzazione e il superamento.

In un certo senso, quindi, la pratica, in particolare delle forme, andrebbe letta nell'ottica di una continua alternanza di peng e lu, con gli altri jin (ji, an, cai, lie, zhou e kao) come variazioni e\o combinazioni derivate.

Però è il caso di soffermarsi su un punto fondamentale, di cui è necessario aver un' idea ben chiara, qualora non si voglia rischiare il fraintendimento totale dello stile e, soprattutto, delle sue possibilità applicative. 

Questo punto è il fatto che, aldilà delle formulazioni simboliche, in realtà, tra peng e lu la contrapposizione è solo apparente, non sostanziale: lu non è in alcun modo un "non-peng" nel senso di un'assenza di peng, quanto un suo utilizzo tattico radicalmente diverso, tanto da farlo sembrare opposto.

E sarebbe ben difficile pensare altrimenti, qualora si fosse ben compresa la natura del peng jin, ma ciò non toglie la necessità di ribadirlo, specie in un ambiente così tanto propenso alle professioni di fede qual è quello del Gongfu "interno"...



21.1.14

L'importanza didattica di Yubeishi - parte seconda



Per favorire la presa di coscienza dell'integrità corporea mediante la pratica di Yubeishi, e' consigliabile far sperimentare varie modalità di esecuzione, sia a solo sia in coppia.

Vediamone alcune.


In primo luogo, praticare sotto forma di posture statiche (zhan zhuang) le quattro fasi (peng,lu,ji,an) che compongono Yubeishi permette di rafforzare e approfondire la percezione dei corretti allineamenti strutturali e, di conseguenza, di quella sensazione di rotondità elastica che dovrà poi esser mantenuta durante l'esecuzione delle forme.

En passant, va notato come, ad un livello più avanzato, tutto ciò possa essere estremamente utile anche per iniziare a lavorare sulle connessioni più "sottili" sottese al movimento e legate alla sfera energetico\mentale (yi\qi). Ma prima, è sempre il caso di ribadirlo, bisogna che ad essere pienamente comprese siano le connessioni strutturali, pena la fin troppo diffusa deriva nei reami della fantasia, tristemente osservabile nella grande maggioranza dei praticanti di Tai Ji Quan.

Tornando al livello dei principianti, le posture statiche possono ovviamente essere praticate anche con l'ausilio di un compagno, il cui compito consisterà nell'esercitare vari tipi di sollecitazioni in modo da verificare le qualità (radicamento, risposta elastica etc) delle posture stesse.




Sul versante "dinamico",invece, ritengo assai valido il far ripetere, lentamente, senza soluzione di continuità e con il massimo rilassamento, il movimento completo per almeno cinque minuti. Di tanto in tanto, poi, esercitarsi anche ad occhi chiusi, può aiutare i neofiti ad evitare le suggestioni esterne e a concentrarsi sulle proprie sensazioni interiori. Ma a mio avviso la pratica ad occhi chiusi andrebbe centellinata, in quanto potrebbe portare ad una percezione troppo solipsistica e introvertita del movimento nonché a sviluppare un'abitudine difficilmente compatibile con una pratica sensata del Tai Ji Quan quale arte marziale.


Ad ogni modo, allenarsi alla ripetizione continua e ininterrotta permette di sviluppare a poco a poco la qualità detta lian huan ("tutto-unito"),ossia la capacità di muoversi "sfumando" le tecniche l'una nell'altra anziché limitandosi ad eseguirle separatamente, per quanto in sequenza.


Questo è un punto particolarmente importante,per il Tai Ji Quan: un movimento incapace di "fluire", o meglio ancora di mutare a seconda della situazione semplicemente NON è Tai Ji Quan.


Per questo, ritengo fondamentale introdurre fin dalle primissime lezioni lo studio di questo tipo di continuità, e un movimento apparentemente semplice e non impegnativo come Yubeishi può essere molto utile, anche e soprattutto in quanto non immediatamente riferibile alla circolarità delle figure successive. Circolarità che, come si sa, "aiuta", ovvero permette di sentire subito la continuità, ma, allo stesso tempo, tende anche a fuorviare, facendo spesso invischiare il principiante in un movimento sì continuo ma quasi sempre periferico e quindi non corretto. Anche in questo caso, Yubeishi torna utile, e può diventare un ottimo complemento alla fondamentale pratica del Chansi Gong, ovvero la metodica principe per lo sviluppo della continuità corretta e componente imprescindibile dell'addestramento nel Tai Ji Quan. In particolare, l'assenza di rotazioni a livello delle anche o della vita permette al principiante di concentrarsi senza troppi grattacapi sulla dimensione alto/basso del movimento, e quindi sul rapporto tra i piedi e il suolo ("la forza parte dai piedi.." Come appunto si dice nella teoria del Chansi Gong).

continua...

21.8.13

L'importanza didattica di Yubeishi - parte prima

Yubeishi (posizione di partenza ), può essere giustamente considerata come il "movimento numero zero" delle forme di Taijiquan dello stile Chen. 
Questa figura, infatti, non è presente nelle versioni più antiche, ma è stata introdotta in seguito, probabilmente per allinearsi ai successivi e senz'altro più popolari stili derivati, dove è praticamente sempre presente e nota come Qishi.
Per questo motivo, non tutti gli insegnanti maggiormente legati alla tradizione l'hanno adottata, e da qui la sua assenza in diverse versioni della forma. 
Aldilà di una scelta del tutto legittima come questa, va però sottolineata l' utilità didattica di questa figura, attraverso la quale è possibile introdurre in maniera particolarmente evidente alcuni concetti altrimenti nascosti nei più complessi movimenti seguenti. 
In particolare, permette di illustrare fin dalle primissime lezioni i primi quattro jin da cui sono costituiti i cosiddetti Bamen (Otto Cancelli), ovvero Peng (Contrapporsi\ Parare\Espandersi ) , Lu (cedere), Ji (Premere) e An (Spingere). 
Questo si rende maggiormente evidente qualora si pratichi il movimento nella maniera corretta, ossia in quattro "battute" anzichè nella più diffusa che ne comprende solo due, sia per ragioni energetico\propriocettive, sia, e soprattutto, per quelle applicative. Infatti, lavorando adeguatamente la figura, è possibile isolare, per poi come sempre coordinare nuovamente, i suoi vari "momenti" e trasformarli in una vasta serie di test per i vari jin nonché in alcune delle applicazioni in cui si possono manifestare.
Ad esempio, la primissima fase del movimento, quella che vede le braccia alzarsi mentre il corpo si espande, corrisponde a peng, e a detta di molti, tra cui il M° Xu, è estremamente difficile da padroneggiare. Tanto difficile che viene usata per testare il livello complessivo di un praticante: riuscire a sollevare correttamente le braccia sradicando nel contempo (e senza sforzo) chi cerca di impedirtelo tenendoti per i polsi è il minimo che si possa chiedere a un serio praticante di Taijiquan. Inoltre, permette di iniziare ad utilizzare il movimento ascendente come metodo per deflettere un attacco creando allo stesso tempo aperture utili (in particolare al fianco e all'ascella) ,  e/o come colpo di polso o di nocche possibilmente al mento ma anche al bersaglio avanzato qualora richiesto dalle circostanze.
La fase ji(premere) si ha invece nel momento in cui il movimento ascendente muta, trasformandosi in una pressione in avanti, facilmente interpretabile come un colpo di dita e, a seguire, di palmo, oppure come azione volta semplicemente a proiettare in avanti l'avversario già sradicato dal movimento precedente.
L'interpretazione della fase successiva, quella corrispondente a lu (cedere, ritirarsi),è all'apparenza meno intuitiva, forse a causa dei fraintendimenti che accompagnano di solito lo studio di questo jin.
Infatti, il movimento di discesa delle braccia può indubbiamente esser letto come un accompagnare e ,di conseguenza , scaricare verso il basso l'attacco avversario, ma ,volendo osservare attentamente le possibilità applicative, ci si rende conto di come possa nascondere una molto più incisiva azione   volta a strappare, secondo  una strategia del tutto simile a quella nota come Ying Zhao (artiglio d'Aquila) nello Xinyiliuhequan.
Logica conseguenza di questo movimento discendente, lo spingere an permette di unirvi un "aiutino" con cui neutralizzare definitivamente l'avversario. Anche in questo caso, la corrispondenza tra il movimento e il   Jin che dovrebbe manifestare non è particolarmente evidente, ma per una ragione differente: non tende a dimostarlo tanto da un punto di vista tecnico quanto da uno prettamente "interno", e permette di coglierne con precisione le dinamiche interne. Infatti, la dinamica caratteristica di an è quella di spingere l'avversario utilizzando la "morbidezza" dell'arco centrale combinandola con la "durezza" di quello superiore e di quello inferiore (non a caso, il Trigramma corrispondente, li, mostra appunto una linea Yin tra due Yang), ed è esattamente quel che accade nell'ultima fase di Yubeishi. 
Ma Yubeishi non è soltanto questo,è anche un buon metodo per rendere familiare all'allievo la sensazione di integrità del proprio corpo, alla quale seguirà, una volta ottenuta una sufficiente sicurezza nel gesto e il conseguente rilassamento, una prima e molto intuitiva percezione del Qi . 
Nel prossimo articolo vedremo alcuni suggerimenti didattici per utilizzare al meglio questa figura.

Continua....



5.8.13

Dance Immersion Festival 2013





 E' confermata la mia presenza all'edizione 2013 del DANCE IMMERSION FESTIVAL, organizzato dalla Scuola di Danza "MOVIMENTO E FANTASIA"
 diretta da Benilde Marini,e che si svolgerà a Cagli (PU) dal 31 agosto all'8 settembre.

Per informazioni contattate la Direzione artistica al 3389600511 oppure qui


 Per chi fosse interessato, questo è quanto:




ALLA SCOPERTA DEL PAESE INTERIORE: il movimento come autoconoscenza secondo la Tradizione cinese

Attraverso questa serie di seminari si desidera proporre una riflessione sul movimento quale strumento di auto-conoscenza, in una sorta di esplorazione di quello che la Tradizione cinese è solita definire il "Paese Interiore", ossia il corpo inteso sì come struttura profonda ma anche come luogo di Presenza.

Le discipline che verranno trattate sono il Tai Ji Quan ( Boxe della Suprema Polarità) e il raro Xin Yi Quan (Boxe del Cuore e della Mente).

 Domenica 1\9 ore 10-12 Sabato 7\9 ore 18-20

Fondamenti di Tai Ji Quan: il movimento sferico

 Da sempre, l'immagine della Sfera evoca quella della Totalità. Per essere realmente "totale", il movimento deve in qualche modo rispecchiarla, attraverso un costante bilanciamento tra la percezione spaziale interna e quella esterna.

Sabato 31\8 ore 17/19

Il Cuore, la Mente e il Pugno: introduzione allo Xin Yi Quan

La grazia spontanea dei movimenti degli animali sembra quasi irraggiugibile, per gli esseri umani, ma attraverso lo studio dello Xin Yi Quan possiamo iniziare a risvegliare la nostra natura animale.

4.6.13

Terra2013-Ostra (AN)





Tra le colline di Ostra (AN), una giornata dedicata allo Yoga, al Tai Ji (col sottoscritto), all'Astrologia Vedica e molto altro ancora...

QUI il link all'evento su Facebook


a cura degli amici dello Shaktyoga club di Ancona

23.3.13

I tre poteri segreti del Tai Ji quan -presentazione alla nuova edizione






Video intervista al M° Flavio Daniele, in occasione della nuova edizione del suo secondo libro, "I tre poteri segreti del Tai Ji Quan".
Più di dieci anni fa, è stato proprio questo testo ad aprirmi gli occhi...

20.3.13

Per un uso corretto dei "principi"

Si suol dire che il Neijia Quan differisca dalle altre arti marziali in quanto basato sull'applicazione di determinati "principi" anzichè su un repertorio (più o meno) meditato di tecniche (più o meno) funzionali . Per quanto ciò sia alquanto dozzinale e non del tutto corretto, nell'ambito dei metodi "interni" lo studio dei detti "principi" è indubbiamente preponderante, e sarebbe ben difficile sostenere il contrario.
Sfortunatamente, però, non sono convinto che questo studio sia sempre affrontato nella maniera più adeguata, in particolar modo per quel che riguarda l'approccio psicologico al problema.
Infatti, non di rado capita di sentir chiamare in causa il principio x o il principio agitandoli a mo' di feticcio, spesso a sproposito e quasi mai nel contesto adatto.
E' come se vi fosse  una sorta di feticismo del principio, da cui molti, quasi tutti in buona fede, sono spinti a forzare la propria pratica in modo che si conformi al "principio" in questione, quando magari il corpo, dal canto suo, manifesta tutt'altro, e questo sia per cattiva comprensione razionale del principio stesso, sia per l'insufficienza del livello raggiunto attraverso la pratica.
A mio avviso, un approccio simile, per quanto forse inevitabile all'inizio, a lungo andare rischia di pregiudicare seriamente le potenzialità dello sviluppo effettivo dell'Arte nel singolo praticante: seguire un modello ideale, per quanto adamantino e indiscutibile, non tanto come una linea guida ma come una sorta di "stampo" in cui forzare la propria pratica non può che essere deleterio, specialmente se non segue il naturale processo di crescita del praticante, che non può non essere personale sia nei tempi che nei modi. Con questo non intendo, si badi bene, sostenere che lo studio dei principi sia in qualche modo inutile o deleterio, se mai il contrario: in realtà, vorrei sottolineare che la comprensione corretta (Zheng) del principio si ha quando questo emerge dalla pratica ,e non quando il corpo si muove quasi fosse eterodiretto, come un burattino.
Infatti, quanti praticanti arrivano ad un livello accettabile, ma non riescono a procedere oltre in quanto come ingabbiati da un non meglio precisato rispetto (?) verso una sorta di esoscheletro di "principi" che li fa muovere con la vitalità di uno  zombie, e le loro forme sono gusci, magari perfetti in quanto a stile, ma vuoti, privi di "anima" e di quel Cuore (Xin) che da solo fa la differenza tra un buon artista marziale e un vero Maestro?
Non a caso, per evitare  di cadere in questo tranello, la didattica corretta suggerisce di partire da pratiche di base (Nei Gong e Jiben Gong) attraverso le quali far emergere determinate qualità che altro non sono se non la manifestazione dei vari principi e non una qualche loro più o meno forzata "applicazione". Per fare un esempio, se attraverso la pratica arrivo a fare discretamente bene gli esercizi per la Forza a Spirale, vuol dire che a poco a poco il Chan si Jin si è rivelato nel mio corpo, e in questo modo ho realizzato un principio, non mi sono "forzato" ad applicarlo ai miei movimenti. Anche in questo caso, è spontaneo e quasi inevitabile il richiamo alla forma mentis rurale e contadina, cui è fin troppo noto come la forzatura, qualunque essa sia, tenda fatalmente all'inanità, se non al disastro.
Occorre, quindi, accanto ad una conoscenza cristallina dei principi, da tenere sempre presente come strumento imprescindibile di paragone e di controllo, mantenere un atteggiamento operativo improntato alla  saggezza  e alla percettività,  lasciando che i principi si inverino da soli attraverso la giusta pratica, senza "cercarli" a tutti i costi o tributare loro un "rispetto" eccessivo. In fin dei conti, quelle che nascono dalla pratica delle Arti Interne sono capacità che emergono, o meglio ri-emergono solo quando il praticante è pronto,
e non v'è alcun modo di anticipare o velocizzare il processo se non, appunto, quello di seguire correttamente il metodo: la progressiva realizzazione dei vari principi ci assicura di essere sulla strada giusta , e ci aiuta a scandirne le tappe obbligate.
Tappe obbligate, certo, ma nessuna di esse e'mai fine a se stessa, e dovrebbe essere concepita in senso principalmente strumentale, senza fermarcisi più del dovuto, quindi. Non va mai dimenticato, infatti, che e' sempre in agguato il rischio di perdere di vista l'obiettivo finale, la destinazione di quel Viaggio lungo la Via che decidiamo di iniziare con quel non proprio semplice, ma fondamentale, primo passo che e' il Lavoro Interno.

Giornata di studio TAIJI E EDUCAZIONE a Roma




Con piacere e soddisfazione condivido questa importante iniziativa organizzata dall'Università degli studi "Foro Italico" di Roma in collaborazione con la Nei Dan School del mio Maestro Flavio Daniele: è fondamentale che discipline complesse e profonde come il Taijiquan abbiano la possibilità di essere discusse ed affrontate a un livello adeguato, uscendo una volta per tutte da quella nicchia volutamente confusa e approssimativa in cui fa comodo a molti mantenerle.
Consiglio vivamente di partecipare a tutte le persone in zona, perchè oltre al M° Daniele sarà possibile vedere all'opera il M° Wang Lian Fu (un suo video qui) e il "nostro" grande M° George Xu.