13.8.13

Insegnare davvero

Sono ormai diversi anni che mi dedico all'insegnamento, ma non è da molto che mi son reso conto di quanto questo sia diventato importante per me, e per la mia stessa pratica. Non mi va, perchè non è da me, indugiare sulla melassa di logori luoghi comuni tipo l'imparare dai propri allievi o sulle indicibili gioie di una non ben precisata condivisione: ciò che voglio dire è che l'insegnare ti pone di fronte determinati ostacoli interiori, difficilmente superabili e assolutamente non aggirabili in quanto malignamente connessi al tuo stesso essere, e che la vera capacità di un insegnante sta proprio, per quel che è la mia esperienza, nel riuscire ad affrontarli degnamente.
Il peggiore di questi ostacoli è stato, senza dubbio, la necessità di vincere una specie di ritrosia ad "insegnare" nel vero senso della parola: quando ho iniziato, credevo fosse possibile anche per me, come lo era e lo è per buona parte delle persone con cui ho studiato, insegnare con una specie di distacco professorale, sofistico, senza  dover per forza esporre quanto di autenticamente"mio" ci sia nell'arte che propongo. In realtà, nonostante i miei ripetuti sforzi, non mi è stato possibile tenere a lungo un atteggiamento del genere e,anzi, proprio questi tentativi mi hanno portato assai vicino a mollare. E più di una volta, ad essere sincero. Se, da un lato, sentivo ingiusto e oscuramente coercitivo il voler imporre ai miei allievi un'interpretazione dell'arte in qualche modo "mia", dall'altro mi rendevo conto di quanto suonassi falso recitando una parte che, in verità, non mi appartiene affatto.
 Da questo nasceva una sensazione d'impastoiamento e di insincerità, che mi privava di quell'entusiasmo necessario a coinvolgere le persone e, per così dire, a "contagiarle".
E so benissimo di averne perse per strada parecchie, a causa di questo, e di essermi fatto fraintendere ben più del dovuto.  
Il fatto è che si trattava di gelosia. Gelosia rivolta non tanto  a quello che insegno, quanto all'amore profondo che ho per l'Arte stessa: un distorto senso del pudore mi impediva di mostrare con sincerità quanto questa fosse importante per me , e come abbia letteralmente plasmato la mia esistenza e, con ogni probabilità, anche la mia visione del mondo.
Tutto questo mi faceva sentire infantile, in maniera del tutto simile a quando,in passato, stentavo a parlare con altre persone della donna che amo, quasi temessi di venire a mancare in qualcosa all'Amore che mi bruciava dentro, sminuendolo e corrompendolo inesorabilmente.
Poi, crescendo, o più probabilmente invecchiando, mi sono accorto che il freddo pensiero razionale diventa pura tautologia non appena ne venga esaurita la funzione di glossatore dei moti del cuore, e come da esso non ci sia da aspettarsi poi tanto, se non un tagliuzzare all'infinito e quindi l'inevitabile paralisi, perchè nulla è trasmissibile limitandosi alla pars destruens.
Per accendere quello altrui, occorre usare il proprio fuoco, e il calar la maschera, per quanto faticoso, è un passaggio obbligato: solo così è possibile permettere alla  fiamma dell' Arte di ardere ancora, e di affrontare il soffio maligno del tempo e della dimenticanza umana...

2 commenti:

Angelo Ciccarella ha detto...

Il fuoco va sempre trasmesso e chi lo riceve dovrà fare lo stesso. Chi si brucerà sarà l'unico responsabile.

Remo Pizzin ha detto...

Per certi versi sarei quasi contento che qualcuno giocasse col fuoco fino a bruciarsi, piuttosto di vedere la fiamma spegnersi per negligenza...